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Rieti saluta mons. Lorenzo Chiarinelli

 

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virgolette

Celebrate le esequie del Vescovo emerito di Viterbo

     

dalla Redazione
mercoledì 5 agosto 2020 - 14:01


Alle 11, in piazza Cesare Battisti, davanti alla Cattedrale, si sono svolti i funerali di mons Lorenzo Chiarinelli concelebrati da mons Domenico Pompili.

Questa l’omelia del Vescovo di Rieti:

«Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge”. Così abbiamo cantato tra la pagina del Primo Testamento e quella evangelica di Giovanni. Se c’è un’immagine che restituisce al vivo il vescovo Lorenzo questa è senz’altro quella del pastore. A condizione che di essa sappiamo cogliere la genuina risonanza biblica e non i ricorrenti fraintendimenti storici. Lorenzo è stato un “pastore” perché la sua passione è stata la Chiesa, vista ed interpretata come Geremia: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”. Il “resto” per Lorenzo non era una élite e, tantomeno, un residuo, ma un popolo da riunire. Di qui un atteggiamento propositivo e mai rinunciatario. In lui non c’era spazio né per la nostalgia né per l’utopia, ma soltanto per il dialogo, che era aiutato da una fisicità simpatica e rassicurante. Quando già sul finire degli anni ‘70 non c’era più “neanche un prete per chiacchierar”, don Lorenzo era un riferimento affidabile per tanti ragazzi. E “chiacchierar” per lui significava farsi carico del trapasso di una società, raccogliendo le domande, senza disperderne le autentiche pulsioni. Questa postura fatta di comprensione e non di giudizio; di vicinanza e non di semplice presenza, è stato il suo stile e il suo contributo alla causa dell’evangelizzazione. Lorenzo è stato un pastore buono. Tutto il contrario del mercenario, cioè del mestierante che non si identifica con quello che fa. La prova della sua integrazione era l’equilibrio che promanava dalla sua persona. Si vedeva che era appagato affettivamente e con-centrato in quello che faceva. Insomma, non era distratto da altro ed emanava un senso di serenità a di pienezza che lasciava intuire qualcosa delle sue persuasioni più profonde. Il pastore, infatti, è buono non di suo, ma quando “sa” di Altro. In questo senso, il vescovo Lorenzo è stato un uomo di Dio, una sorta di monaco sui generis, alla continua ricerca di Dio. Lui, ne sono certo, perché me ne fornì il testo, avrebbe volentieri sottoscritto quanto K. Rahner scriveva a proposito del pastore: “Sarà un uomo capace di ascoltare, un uomo per cui ogni singolo uomo è importante anche se non conta nulla in campo sociale o in campo politico. Sarà un uomo al quale ci si può confidare, che esercita o cerca di esercitare, come meglio può, un mestiere da pazzo, quello di portare non solo i propri pesi, ma anche quelli degli altri. Un uomo che, pur avendo tutte le possibilità, non partecipa alla caccia disperata e nevrotica al denaro, al piacere e a tutti gli altri analgesici contro la tragica delusione dell’esistenza. Dimostrerà invece con la sua vita che la libera rinuncia nell’amore del Crocifisso non solo è possibile ma è anche capace di liberare” (K. Rahner, L’uomo dal cuore trafitto). Addio, carissimo vescovo Lorenzo!»

 

 

 


 

 

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