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Kobe Bryant, avrei dovuto sapere di te

 


 
 
virgolette

«Poi mi resta una certa rabbia per il tempo che si perde a cercare eroi»

     

di Annalisa Nicoletti
mercoledì 27 gennaio 2021 - 09:57


(Roma - 27 gennaio 2020) Un tarlo nei pensieri nonostante il caos della giornata. Ora faccio i conti, perché mentre in molti a Rieti, piangono Kobe Bryant, io non riesco a liberarmi dall'incredulità e non mi schiodo. In meno di 24 ore, per me è nata e poi svanita, una leggenda mondiale, tanto vicina alla mia infanzia e alla mia città natale, da non accorgermene. Non me ne faccio una ragione. 

Era del 1978 io sono del 1980. Kobe è stato a Rieti tra l'84 e l'86. Avevo tra i 4 e i 6 anni e, nota di rilievo oggettivo, non vivevo a Rieti, ma ad Antrodoco. Il paese di provincia. Tanto vicino, ma a quanto pare, anche tanto lontano. Va bene, ero troppo piccola, come anche lui del resto, e le scuole distanti. «Ma faceva mini basket», obietto «come mio fratello», ribatto - che però era ancora più piccolo e di fatto non si sono proprio incrociati, Kobe era già andato via. 

Poi? Poi mi resta una certa rabbia per il tempo che si perde a cercare eroi, anzi a costruire falsi eroi, a inventare il nulla che è praticamente pari al niente, quando una storia da raccontare, da far sentire e risentire a scuola negli anni, da coltivare nei progetti di crescita di una comunità, ce l'hai sotto gli occhi. Quando la tua identità, quella di un territorio, di una città (Antrodoco senza Rieti, semplicemente non è) è lì davanti a te, non va copiata chissà dove e a chi. Oggi penso al basket, ma in quel lembo d'Italia, ne abbiamo di ogni e probabilmente, a questo punto, tante neanche le conosco. Questa, per carità, è storia mia, ma non credo parli solo di me.

Resta, immutabile, l'immane tragedia che ha portato via un padre e sua figlia, la vita, scopro solo oggi, di una leggenda di cui dovevo sapere.

 

 


 

 

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