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Pietro Ramaglia, clinico e studioso della meningite

 

Pietro Ramaglia
Pietro Ramaglia

 
 
virgolette

In medicina è stato uno dei propugnatori del metodo sperimentale anatomo-clinico e fondatore della scuola positivo-naturalistica napoletana che si opponeva alle teorie vitaliste allora in voga

     

di Lino Di Stefano
lunedì 2 gennaio 2017 - 15:53


Ogni luogo d’Italia, grande o piccolo - regione, provincia o paese - ha i suoi uomini illustri ed anche il Molise, nella sua piccolezza, ha dato i natali a personaggi di rilievo e qui, per brevità, ci piace rammentare solo Vincenzo Cuoco (1770-1823), sebbene esistano tante altre figure parimenti degne di considerazione.    Questa volta, vogliamo ricordare un altro celebre figlio della citata regione che risponde al nome di Pietro Ramàglia (1802-1875), medico insigne e studioso anche della meningite.

Malattia di cui si parla molto in questi giorni e che sembra tornata alla ribalta in senso negativo, dopo diverso tempo, mediante l’infiammazione della meninge nelle tre forme: cerebrale, spinale e cerebro-spinale. Nato a Ripabottoni (Campobasso) nel 1802, dopo i severi studi nelle migliori scuole della provincia di nascita, il futuro dottore approdò al Regio Collegio di Napoli dove, come scrive il più grande storico molisano, Giambattista Masciotta di Casacalenda (CB) - paese di nascita dello scrivente - “si fece notare ben presto non soltanto per acume d’intelligenza, pur anche per applicazione allo studio” (Il Molise, Cava dei Tirreni, 1952, vol. IV, p. 361).

La passione del futuro cattedratico all’Ateneo napoletano, era che la sera – pur essendo proibito – si faceva portare nei laboratori anatomici dell’Ospedale degli Incurabili della Capitale del Regno per esaminare, con tranquillità, i cadaveri uscendone la mattina successiva. Lo studioso era talmente affezionato alla scienza della struttura dei corpi che volle chiamarla ‘Notomia Topografica’ (1847) mentre prima di lui, invece, la menzionata scienza era praticata solo dai chirurghi.

«Egli, si propose l’arduo problema di rendere come trasparenti gli organi e i tessuti, di guisa che segnata una regione alla superficie esterna del corpo, l’occhio vi potesse penetrare addentro fino negli strati più profondi» (Domenico Capozzi, discepolo del cattedratico). Il manuale ‘Notomia Topografica’ fu da lui pubblicato a Napoli nel 1847.

Il Prof. Pietro Ramàglia, uomo di vasti orizzonti, indagò anche sulla cancrena e sulla trombosi tant’è vero che questi studi – unitamente alle monografie ‘Su l’angina di petto’, ‘Aneurismi dell’aorta’ e ‘Idrocefalo dell’infanzia’ - gli procurarono un posto importante nel campo della patologia.

Il Re Ferdinando II di Borbone lo nominò medico di corte, carica che non lo insuperbì visto che non  l’aveva mai sollecitata; egli era talmente generoso che ogni giovedì della settimana riceveva i poveri nella propria abitazione comprando loro anche i farmaci. Di media statura e sempre sorridente, don Pietro abbracciò tante branche della scienza medica redigendo opere capitali e di grande livello quali, ad esempio, ‘Metodo diagnostico’ e ‘Studi alla meningite basilare granulosa’(1876).

La meningite, com’è noto, è una patologia che produce l’infiammazione delle membrane intorno al cervello e al midollo spinale essendo, essa, spesso provocata da un’infezione virale che se non trattata con le dovute terapie può provocare la morte.

Ora, il Ramàglia studiò per una quarantina d’anni tale infermità mettendo insieme una grande classificazione dalla quale ricavò un lavoro che lo impegnò fino alla fine dei suoi giorni tant’è vero che lasciò alla moglie, Marianna Jambelli, l’incarico di dare alle stampe la sua ultima fatica intitolata, appunto, ‘Studi alla meningite basilare granulosa’, apparsa un anno dopo la sua scomparsa.

Lo storico Masciotta conclude affermando che“Pietro Ramàglia, il clinico più ricercato della Capitale”, con la sua “fama scientifica aveva varcati i confini del Regno e alla sua scuola uscirono i più eminenti clinici del nostro tempo. È cosa certissima, non fu mai ricco. Morì in Napoli il 4 giugno 1875”. Abbiamo voluto richiamare alla memoria la figura del sommo clinico molisano anche perché Egli, per linea materna, era un avo. Nostra madre, infatti, di cognome faceva Ramàglia.








 

 

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