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Cento anni fa la ‘Teoria generale dello Spirito’ di Giovanni Gentile

 

Giovanni Gentile
Giovanni Gentile

 
 
virgolette

Nel 1916 l’opera massima del più grande filosofo italiano del novecento

     

di Lino Di Stefano
venerdì 2 dicembre 2016 - 08:31


Esattamente un secolo fa, appariva, a Pisa, la prima comparsa dell’opera massima di Giovanni Gentile (1875-1944) dal significativo titolo ‘Teoria generale dello spirito come atto puro’ seguita dall’edizione del 1917 sempre a Pisa, e da quelle del 1920, 1924, 1938, a Roma.

Queste ultime, soggette sempre a continua revisione in quanto il cosiddetto ‘limae labor’ serve a questo e cioè, parole del filosofo, togliere, ai libri, son sue parole, “la forma primitiva di lezioni, ritoccando e rendendo più chiara che io sapessi l’esposizione, introducendo qua e là note e schiarimenti che potessero riuscire di qualche giovamento agli studiosi” (Pisa, 1917).

Ma che cosa significa, è lecito, subito, chiedersi, in Gentile ‘atto puro’? Esso non significa ‘actus purus’ alla maniera aristotelica e cioè realtà tutta realizzata, bensì autocoscienza della nostra personalità, pensiero vero che pensa per tutti. Il filosofo siciliano distingue nettamente il pensiero astratto dal pensiero concreto. Il primo è il pensiero altrui o il pensiero nostro già pensato, mentre il secondo, invece, è il pensiero nostro attuale.

Essendo quello vero perché attuale, questo non vero perché astratto, Gentile aggiunge, subito dopo, che solo quando ci rendiamo conto di un errore e ce ne liberiamo siamo in grado di conoscere la verità; lo stesso vale per la natura e il male in quanto come la prima rappresenta il passato del pensiero, il secondo non è altro che moralità passata.

Da qui, la realtà dell’atto il quale ponendo  il suo oggetto in una pluralità di oggetti, alla fine, risolve  la loro molteplicità nell’unità dello stesso soggetto; da ciò, deriva che il pensiero in atto – quasi ‘atto in atto’ –  risulta universale e libero perché ogni limite è posto dall’io stesso.

L’universalità del pensiero non deve, però, confondersi con l’universalità platonica ed aristotelica per il semplice motivo che mentre quest’ultima, scrive Gentile, è “parallela all’identità di ogni concetto con se stesso”, quella, al contrario, riguarda il nostro atto di pensiero. Sicché se se l’io è uno, immoltiplicabile, libero ed universale, esso risolve l’antinomia di uno e di molti.

Di conseguenza, il porsi dell’atto è il vero porsi poiché ogni negazione viene inglobata nell’atto stesso ragion per cui la concreta unità dello spirito sarebbe nulla se non fosse unità del suo opposto, ossia la molteplicità. Tale il motivo per cui lo spirito è libero ed infinito, questa la causa per la quale ‘filosofare’ significa sforzarsi di conquistare una libertà sempre più ampia senza esitare e cedere alle lusinghe della vanità e della pigrizia.

Da qui, derivano i concetti fondamentali dell’attualismo – com’è definita la concezione di Gentile – secondo cui il mondo è il nostro mondo perché fatto e sorretto da noi e da qui, parimenti, il corollario che la verità è immanente, contrariamente a quanto pensa l’oggettivista sempre fermo nella credenza che esista una realtà fuori dal soggetto e, come tale, da attingere.

Sicché è giocoforza - ragionando ala maniera della filosofia attualistica - liberarsi di qualsiasi pregiudizio realistico tendente a considerare la realtà un presupposto dello spirito visto e considerato che esso è un atto di autocoscienza, cioè ‘Io’. Io trascendentale, quest’ultimo, diverso dall’io finito o empirico in quanto mentre il secondo è condizionato, perché contenuto di pensiero, il secondo, al contrario, è vero soggetto del nostro pensiero. L’Io, inoltre, è conoscibile soltanto dal di dentro in quanto non c’è più la necessità di dover prendere atto di qualcosa che esiste ‘ab aeterno’ dato che l’Io è pensiero pensante, intrascendibile, creatore e autocosciente. E, al riguardo, grande è la portata, nell’attualismo, del termine ‘pensare’ per l’ovvio motivo che esso costituisce la genuina categoria etica che sfocia nell’autoconcetto.

La speculazione gentiliana, pertanto, non è un’astratta teoria intellettualistica perché nel suo seno anche il volere è conoscere, il conoscere è fare, l’agire è pensare, la teoria è prassi e viceversa; infatti, come non c’è distinzione tra soggetto ed oggetto, teorico e pratico, tesi e antitesi, essere e non-essere, analogamente non ha alcun senso la separazione fra attività teoretica ed attività pratica, pensiero ed azione.

In ultima analisi, l’unica realtà resta il Pensiero, con la lettera maiuscola, il cui significato sfugge ad una comprensione immediata perché immane è lo sforzo per intuirne l’intrinseco valore. Questi, in breve, i motivi basilari dell’attualismo e della ‘Teoria generale dello Spirito come atto puro’, in particolare; libro che ebbe fortuna tant’è vero che fu tradotto in lingua francese col titolo ‘L’esprit acte pur’ e in inglese e in tedesco.

Volume che, parole del filosofo, “fuori d’Italia è stato molto letto, studiato, discusso” anche se in patria, è sempre il pensatore che parla, “ha suscitato tenaci critiche ed ardenti polemiche (…) con poveri Don Chisciotti senza un Sancho Panza (…), spada in pugno e lancia in resta” (1938, IV ed.). Dopo un secolo, l’opera gentiliana è ancora viva e degna di suscitare grande interesse negli studiosi e negli esperti della materia.








 

 

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