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Premio Giallo al Centro 2020, il vincitore

Andrea Donaera

Il podio per Andrea Donaera con il suo primo romanzo 'Io sono la bestia'

11/10/2020 21:07 

 

Arriva a Cittaducale «Private. Venti storie di giornaliste nel tempo sospeso»

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Il ricavato della vendita sarà devoluto all'associazione «Telefono Rosa»

26/09/2020 12:48 

 

A Rieti la presentazione del libro della giornalista Valentina Bisti

Valentina Bisti

Il tema: «Tutti i colori dell’Italia che vale»

16/09/2020 11:07 

 
 

 
   

 

 

Giampaolo Pansa e il suo «Bella ciao, controstoria della Resistenza»

 

Giampaolo Pansa
Giampaolo Pansa

 
 
virgolette

La Resistenza italiana sotto la lente d'ingrandimento del giornalista, saggista e scrittore italiano

     

di Lino Di Stefano
martedì 27 settembre 2016 - 19:12


Ci siamo già occupati, non molto tempo fa, sulle colonne de ‘Il Giornale di Rieti’, del primo volume della serie, ‘Controstoria d’Italia’ (Il Giornale, Biblioteca storica) di Giampaolo Pansa il quale ha dedicato diversi tomi alla sua iniziativa; ora, ci piace dedicarci al secondo, ‘Bella Ciao’ (Milano, 2014), il cui titolo è molto eloquente perché – com’è scritto nella retrocopertina del libro – “Il 25 aprile chi va in piazza a cantare ‘Bella ciao’ è convinto che tutti i partigiani abbiano combattuto per la libertà d’Italia. E’ un’immagine suggestiva della Resistenza, ma non corrisponde alla verità”.

Visti, aggiungiamo gli aspetti oscuri della guerra civile e considerati, inoltre, i tragici momenti durante i quali i partigiani commisero tantissime nefandezze restando – i più moderati, nemici del PCI – anch’essi coinvolti nelle rappresaglie messe in atto dai più violenti in nome di una libertà responsabile di moltissimi delitti e di tantissimi massacri. E’ sufficiente qualche considerazione di Pietro Secchia, uno degli esponenti più estremisti del Partito comunista, per comprendere di quali brutture e di quali spietatezze furono capaci i commissari e i comandanti politici del menzionato movimento politico.

Questi così si espresse – verso la fine di ottobre 1943 - sulle colonne dell’’Unità’, organo clandestino del PCI, riguardo a ciò che egli  chiamava ‘L’attesismo: un’insidia da sventare’: “L’attesismo si fa strada e ha inquinato certe correnti del Comitato di liberazione nazionale. Questo è grave e deve essere denunziato e combattuto senza esitazione e subito”. La menzionata, resta soltanto una delle tantissime proclamazioni in merito considerato, ad esempio, che pure chi, quale il capitano degli Alpini Edmondo Tosi - come moltissimi altri - entrato in contatto con i dirigenti comunisti, volle addirittura aggregarsi ad una formazione impegnata a reprimere dei ribelli di una formazione garibaldina.

Senza considerare i plurimi misfatti operati, dai citati e innumerevoli gruppi, contro ufficiali, soldati ed esponenti fascisti come, per fare qualche esempio, il seniore della Milizia, Giovanni Fagiani trucidato, con armi da fuoco, mentre tornava a casa in bicicletta. Lo stesso destino dovette subire Aldo Resega, il federale più importante del Partito Fascista Repubblicano, eliminato a rivoltellate il 18 dicembre 1943.

Medesima sorte a Davide Onfiani, Segretario comunalea Vagnolo in Piano senza dimenticare l’eccidio dei sette fratelli Cervi uccisi il 28 dicembre 1943 mentre alle spalle di Boves agivano gruppi irregolari uno dei quali era capitanato da Ignazio Vian il quale – nonostante l’attacco dei Tedeschi con truppe alpine e reparti di SS – riuscì a svincolarsi dalla carica e, scrive Pansa, fu in grado di “passare nella valle Pesio senza disgregarsi e mettendo in salvo le armi.

Frattanto, lo scioglimento del Comintern - cioè la Terza Internazionale Comunista creata nel 1919 da Lenin – favorì, con le sue mire rivoluzionarie universali, la nascita di molti partiti comunisti ed anche quando, verso la fine della guerra, fu ridimensionato, ciò non condusse all’eliminazione dei tanti militanti rossi, ma favorì, al contrario, l’avvento di molte altre azioni rivoluzionarie in quanto – è l’Autore che parla – esso  si batteva per un duplice scopo: “la sconfitta di Hitler e Mussolini e, insieme, la vittoria di un altro totalitarismo, quello sovietico”.

E, non a caso, Ilio Barontini - soldato del Comintern, come Anton Ukmar - aveva stabilito la base d’attacco a Bologna da dove, come rileva sempre Pansa, partivano gli assalti per far deragliare i treni; ma non solo i treni, dato che l’inizio delle imprese guerrigliere a Bologna erano iniziate il 3 novembre 1943 con un’aggressione contro un reparto della Wermacht. Anche Floriano Bassi era di Bologna e collaboratore sia della Rivista del GUF l’’Architrave’, diretto da Eugenio Facchini, sia del giornale clandestino ‘Rivoluzione socialista’; questo ebbe una vita difficile poiché, fra il 6 e il 7 luglio, la polizia fascista arrestò il fior fiore del gruppo direttivo del foglio. Per il momento Bassi sfuggì alla punizione, ma il 25 luglio 1944 fu arrestato, torturato e fucilato da militi fascisti. La verità venne a galla più tardi perché, come chiarisce l’Autore del libro, Bassi “era stato assassinato da un nucleo di gappisti comunisti, ormai in grado di fare azioni in città indossando divise fasciste o tedesche”.

A questo punto Giampaolo Pansa si abbandona ad una giusta ed opportuna riflessione scrivendo testualmente che «la guerra partigiana è stata davvero una guerra sporca. E non soltanto per la crudeltà del confronto con i fascisti della Repubblica sociale» visto, prosegue lo studioso, che «anche il fronte antifascista aveva un lato oscuro nato dall’asprezza dei contrasti politici tra la fazione più forte, comunisti, e quei partigiani che non erano disposti a sottostare alla loro egemonia».

Pansa rammenta, nel suo pregevole lavoro, pure l’arrivo nelle langhe della missione inglese Flap diretta a costruire un campo d’aviazione – poi realizzato – per atterraggi d’emergenza a Vesime nonché la figura del generale Farina impegnato a dislocare la divisione San Marco nell’’hinterland’ cuneese-alessandrino. Dopo aver evidenziato i cosiddetti ‘stupri di Bogli’, ‘lager’ partigiano, quest’ultimo, in cui fra l’estate e l’autunno del 1944, furono incarcerati e violentati tanti prigionieri fascisti, l’Autore si sofferma sopra moltissimi altri episodi storici.

Come, ad esempio, la ‘Repubblica dell’Ossola’ esaltata dai partigiani, ma vissuta solo 33 giorni tenuto conto, altresì, che i suoi avversari non furono solamente fascisti e tedeschi anche se diventò una via di fuga verso la Svizzera. E qui, lo studioso, inserisce anche la vicenda, anzi la leggenda, di Filippo Beltrami - capo di una banda di estrazione liberal-cattolica - incalzato, prima, sulla ‘Stampa’ di Torino, da Concetto Pettinato che lo paragonò all’Innominato di manzoniana memoria ed eliminato, poi, in uno scontro con gli avversari fascisti il 13 febbraio 1944; con lui caddero Gaspare Pajetta, Antonio Di Dio, Gianni Citterio ed altri dieci.

Per quanto inerisce alla cosiddetta ‘Repubblica dell’Ossola’, chiamata anche ‘Il governino dell’Ossola’, Pansa spiega che essa era una istituzione ‘bianca’, nel senso, aggiunge, che «a controllarla dopo averla costituita c’erano partigiani, cattolici e di formazione militare»; il Clnai non la riconobbe e il 13 ottobre tedeschi e fascisti riconquistarono la zona. Gli ultimi a cadere furono Di Dio e Moneta.

Stabilito che «l’inizio del 1945 fu la stagione più terribile dell’intera guerra civile» poiché i partigiani erano convinti che i tedeschi e i fascisti  fossero vicini alla sconfitta ragion per cui essi si sentivano sempre più audaci e crudeli, Pansa, verso la fine del suo lunghissimo saggio, riferisce, per un verso, sul boia di ‘Porzus’ e sulla strage compiuta da partigiani comunisti, il 7 febbraio 1945, a detrimento di partigiani autonomi o bianchi e, per l’altro, sul ‘virus della rappresaglia’ considerata, quest’ultima, dai comunisti, parole di Pansa, «uno dei pilastri che reggevano la guerra civile e ne garantiva l’espansione».

L’Autore si accomiata dal lettore con due domande rivolte a se stesso e ai lettori: il numero dei combattenti della Resistenza italiana e l’autenticità o meno della retorica insurrezionale. Per quanto concerne il primo quesito, Pansa risponde che il numero dei partigiani italiani assommerebbe a 336.515 unità: cifra dilatata per eccesso, considerato che troppi salirono, a guerra finita, sul carro del vincitore; per quel che riguarda il secondo, egli così conclude.

«Tutte le città dell’Italia del Nord si scoprirono libere senza combattere. Per fortuna non fu necessaria nessuna insurrezione. Nelle guerre tra grandi potenze, tutti i tentativi di insorgere hanno un esito terribile e di solito vengono repressi nel sangue». Redatto colla solita brillantezza espositiva e colla consueta vivacità di spirito, il saggio pansiano è raccomandabile a chi voglia conoscere, dati alla mano, le vicende della più recente storia d’Italia.  








 

 

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