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Solitudine esistenziale dell’uomo d’oggi

 

La copertina del libro
La copertina del libro

 
 
virgolette

Di recente uscita il libro dello scrittore cagliaritano Umberto Acca

     

di Lino Di Stefano
martedì 13 settembre 2016 - 15:57


In una società altamente globalizzata come la nostra, apparentemente positiva, ma, in effetti, perniciosa e malefica - con i risultati sotto gli occhi di tutti - l’uomo contemporaneo è solo con sé stesso e basta dare uno sguardo al reale per intuire che egli lo sarà sempre più nel futuro prossimo venturo.

La prova lampante dello ‘status’ di chi vive solo è fornita da una semplice osservazione relativa ai giovani – e non solo giovani – i quali ripiegati su sé stessi, e quasi isolati dal mondo che li circonda, sono concentrati sulle banalità e sui telefonini e, pertanto, alle prese con un universo tutto loro che, spesso, ha causato, nel caso dei cellulari, incidenti letali, come la cronaca ci rivela ogni giorno.

Ma, il menzionato, rappresenta solo un aspetto dell’isolamento dell’individuo odierno viste le innumerevoli difficoltà quotidiane nelle quali egli si muove e considerata, altresì, la sua incapacità di affrontare le questioni fondamentali che la vita, di volta in volta, gli prospetta ponendolo di fronte alle sue immani e inderogabili responsabilità. L’essere umano del nostro tempo, in definitiva, imprigionato nelle maglie del suo ‘io’ malato - perché, in generale, non sempre in grado di occupare il giusto posto nella realtà - rimane, una creatura solitaria, fragile e disperata.

Questi brevi spunti ci introducono al cospetto di un recentissimo libro nel cui titolo – ‘Solitudine’ (C.S.G., Campobasso, 2016 – è racchiusa l’intera visione del mondo - appunto sulla solitudine - dell’Autore, Umberto Acca, il quale ha confezionato non solo un interessante lavoro, ma ha pure, con esso, raggiunto il numero di dodici opere, suscettibili, glielo auguriamo, di incremento. E il titolo della fatica dice tutto perché egli in un solo termine racchiude tantissime sensate riflessioni così chiare ed evidenti da non aver bisogno di alcun commento.

Punto di partenza del nostro Autore è che l’attuale società - detta anche del benessere - diventa non solo comunità del malessere, ma anche consorzio ‘anarchico’ quale punto di vista, quest’ultimo, incarnante, spesso nella solitudine, l’unica alternativa a non condividere nulla col proprio prossimo, pure nell’ossequio, beninteso, delle leggi vigenti. Naturalmente, continua Umberto Acca, essa può essere mentale, e pertanto una malattia, specialmente quando, gli interessati - diventati anziani, degenti o infermi - perdono anche amici, congiunti e conoscenti.

L’Autore, non si limita soltanto ad esporre le proprie osservazioni in materia, ma, al momento opportuno,  cita anche autori del calibro di Nietzsche, Hesse, Bonhoeffer, Jung ed altri, onde rafforzare le proprie opinioni e corredarle di autorevolezza. E proprio, in merito, egli richiamandosi allo psicoanalista svizzero-tedesco Carl Gustav Jung, così si esprime in un luogo del suo libro: “Si diventa solitari quando si sa più degli altri”.

Lo scrittore cagliaritano – da anni cittadino molisano – passa in rassegna tutte le forme di ‘solitudine’: da quella che può trascendere in ‘maledizione’ a quella che può condurre a ‘svogliatezza’, da quella che può degenerare in ‘misticismo’ a quella che può risolversi in ‘violenza’, da quella insita nella ‘vecchiaia’, a quella, infine, rappresentata dal ‘romanticismo’ colla sua concezione della vita misterica, sentimentale e imbevuta di ‘pathos’.

Chiarito, in via preliminare, che la ‘solitudine’ è ineliminabile dall’esistenza umana, l’Autore prosegue asserendo, giustamente, che essa coinvolge milioni di persone anche perché la stessa esiste prima dell’uomo sebbene la si possa, in qualche maniera, esorcizzare e ridimensionare in tante guise; e, alla bisogna, egli addita diverse opzioni come, ad esempio, rieducando le persone o indirizzandole verso l’arte per il semplice motivo, com’è noto, che questa attività esercita, su chi la professa e su chi la gusta, una positiva funzione catartica.

Quest’ultima attività – unitamente ad ogni manifestazione inerente al bello – non costituisce l’unico soccorso per attutire quanto meno gli effetti della solitudine; il lavoro, infatti, nelle sue varie forme, così come tutte le attività nel quotidiano - gite, viaggi, muove amicizie, anche affettive, impegno nei circoli etc - contribuiscono non ad eliminare, si badi, il ‘disagio’ della solitudine, ma almeno a dare un senso alla vita; tenuto conto, tra l’altro, che spesso essa diventa forzata perché imposta come nella detenzione in carcere, nelle malattie, nelle guerre, etc.

Insomma, molteplici sono le sfaccettature della solitudine visto e considerato che se è vero che può diventare una malattia, tuttavia con la stessa è possibile convivere e trarne risultati addirittura positivi - come suggeriscono tanti psicologi e studiosi – affidandoci, ad esempio, ai ricordi del nostro passato e ad altre consimili reminiscenze. La solitudine, in altre parole, può imporsi pure come necessaria solo se si consideri che l’autostima e l’elogio formulati dal prossimo, nei nostri riguardi, concorrono a procuraci un certo benessere.

Ma è manifesto che l’opzione ‘restare con sé stessi’ – data la frenesia della cosiddetta vita moderna –  comporta una grande dose di coraggio poiché anche andare al ristorante, al teatro, al cinema, allo stadio etc., da soli, pone dei problemi di intuibile imbarazzo visto che gli altri stanno lì pronti a giudicarci; l’importante, comunque, restando in tale decisione, è sapersi gestire considerato che incombono sopra di noi i fenomeni della malattia, della vecchiaia, dell’invalidità e, non dimentichiamolo, della morte.

L’Autore conclude il proprio diligente e lodevole lavoro – scritto anche bene, merito non secondario – parlando della teologia della solitudine e, con particolare riferimento, a quella della Chiesa e del suo Pastore mercé la considerazione che la Chiesa non è sola, bensì restano isolati i suoi ministri tenuto conto, egli scrive, che “la solitudine di Gesù conduce alla Resurrezione”.

Con tali parole Umberto Acca si accomiata dal lettore: «La solitudine, insomma, dona all’animo il vigore necessario per esercitare la virtù, e se ben alternata con la socievolezza, consente agli uomini di essere migliori e più felici».








 

 

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