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I valori secondo Nicola Petruzzellis

 


 
 
virgolette

Nato a Trani il 17 gennaio 1910, morì a Roma il 30 ottobre 1988; è uno dei più acuti e singolari filosofi italiani del secolo XX

     

di Lino Di Stefano
mercoledì 13 luglio 2016 - 11:45


La ‘filosofia dei valori’ ha avuto, com’è noto, nella speculazione del Novecento larga diffusione ed anche notevole successo ad iniziare dal pensiero di Nietzsche, che parlava di ‘trasmutazione di tutti i valori’, fino alle varie e multiformi dottrine – nate e sviluppatesi in Germania con l’efficace termine di ‘Wertphilosophie’ - facenti capo a pensatori tedeschi quali Windelband, Rickert, M. Weber, Dilthey, N. Hartmann e numerosi altri.

Valori da salvaguardare, secondo tali scuole, per assicurarne l’assolutezza e l’oggettività non senza postulare anche una realtà metastorica e sovratemporale fino, in alcuni casi, a ipostatizzarla nelle idee platoniche; anche in Italia si sono sviluppate, nel XX secolo, sistemi speculativi vicini alla dottrina dei valori ed un filosofo, come Nicola Petruzzellis, ha fondato una propria ‘assiologia’ che solo in parte ricalca le esperienze d’oltralpe. Nato a Trani nel 1910 e morto a Roma nel 1978, lo studioso, dopo aver esercitato il proprio magistero nelle scuole secondarie superiori, passò prima nell’Università di Roma, dopo in quella di Bari e, infine, in quella di Napoli - come cattedratico di filosofia teoretica – dove dette il meglio di sé stesso sia come fondatore dell’Istituto di filosofia teoretica, sia come direttore della Rivista ‘Noesis’ .

In pieno clima neo-idealistico, l’Autore pubblicò due fondamentali opere quali ‘Il valore della storia’ (1939), ‘Il problema della storia nell’idealismo moderno’, ‘L’estetica dell’idealismo’ e altri fondamentali lavori anche di carattere educativo come, ad esempio, ‘Il pensiero politico e pedagogico di G. G Rousseau’ e ‘Il pensiero pedagogico di G. F. Herbart, per citarne solo alcuni.

Non ostile a Gentile, a Croce e alla corrente da essi incarnata, il pensatore pugliese scelse, però, una strada tutta sua riassumibile nell’asserzione che il dover-essere si concretizza nei valori fermo restando, son sue parole, che l’essere “è il presupposto di tutti i valori” da esso fondati, ‘more metaphisico’, in quanto perfezioni dell’essere. In ogni attività dello spirito – arte, religione, filosofia - chiariva Petruzzellis, emergono dei valori che si trasformano in dimensioni etiche immanenti negli stessi e volti a stabilire una scala di attività dirette ad uno sviluppo sempre dialetticamente crescente. Il pensatore pugliese, pertanto, concepiva l’essere non come tale, bensì come valore.

Comprensivo verso l’idealismo tedesco e quello italiano, il pensatore pugliese non si fece, però, irretire nelle maglie dei due sistemi di pensiero pur avendo elaborato una tesi di laurea dal titolo ‘Il problema della storia nell’idealismo moderno’ (1940) e pur avendo dato alle stampe, qualche anno dopo, il volume ‘L’estetica dell’idealismo’ (1942). Nei due menzionati saggi, l’Autore sosteneva che in tali dottrine restano insoluti sia la questione della storia sia il problema dell’arte sebbene, qualche anno prima, avesse racchiuso la ‘summa’ della sua prospettiva filosofica nel libro ‘Il valore della storia’ (1939).

Dopo aver definito lo spirito quale “sintesi a priori etica di essere e dover essere”, il cattedratico di Trani sostenne, ancora, che il dover essere scaturisce sempre dall’essere non senza aggiungere, subito dopo, che la religione si trova al vertice della spirito e che la filosofia si converte in essa. Ma, il pensiero petruzzellissiano presenta pure una dimensione pratica. Nel senso che la prassi, son parole del pensatore, “non fa che seguire anch’essa, benché con caratteri più rilevanti e nelle particolari forme richieste dalle sue esigenze, la legge universale della spiritualità” la quale, si realizza e si traduce, inoltre, nella contemplazione del vero e nella conoscenza di Dio.

Da qui, scaturiscono la cosiddetta sintesi a priori etica, il senso della vita e il significato della storia, considerato, è il filosofo che parla, che “la realtà dello spirito non è in una immodificabile staticità naturale”. Sensibile alle questioni dell’arte, l’Autore dedicò diversi lavori alla scienza del bello e le sue ‘Arte e conoscenza’ (1941) e ‘Filosofia dell’arte’ (1952, 2^) ne sono la riprova più evidente vista l’indovinata definizione dell’arte quale “più alta affermazione dell’eticità dello spirito” con l’aggiunta che “il sentimento del bello è, perciò, il sentimento dell’infinito”.

L’Autore, parlava giustamente anche di ‘miracolo dell’arte’ nel senso che per l’attuazione di tale prodigio sono necessari sia il sentimento, sia l’ispirazione, sia un’idea poiché l’immagine non è altro che l’incarnazione, appunto, di un’idea. Questi in sintesi, i capisaldi dell’’iter’ speculativo di Nicola Petruzzellis la cui ‘ontologia dei valori’ presenta dei fondamenti che la cosiddetta ‘Wertphilosophie’ non possedeva in quanto, come esplica un interprete del nostro filosofo, Matteo Perrini, i suoi valori “si attuano nella storia”.

Così prosegue Matteo Perrini: “L’essere è la comune radice di tutti i valori, i quali non sono altro che perfezioni dell’essere. Al manifestarsi e all’attuarsi di tali perfezioni dell’essere l’uomo è chiamato a collaborare attivamente. Nel mondo umano, che è un mondo storico, i valori sono sempre frutto di un atto di libertà, in virtù del quale la spontanea tensione teleologica dello spirito umano si trasforma in realizzazione deontologica”. A questo punto, una rivisitazione del pensiero di Nicola Petruzzellis si impone in maniera irresistibile. 








 

 

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