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Il trionfo dell’amore, ripubblicato il capolavoro di Apuleio

 


 
 
virgolette

C'erano una volta in una città un re e una regina, che avevano tre figlie bellissime... Comincia così, nel più classico dei modi la favola di Eros e Psiche

     

di Lino Di Stefano
martedì 5 luglio 2016 - 09:36


Se lo scrittore latino Lucio Apuleio (125 - 180) avesse scritto soltanto ‘La favola di Amore e Psiche’ tratta dalla sua opera maggiore 'Le Metamorfosi’ o ‘Asino d’oro’, l’immortalità gli sarebbe assicurata vista la maestria con cui l’Autore di Madaura riuscì a trasformare in romanzo le complicate vicende di un certo Lucio che racconta, in prima persona, le vicissitudini che lo videro trasformato, a seguito della passione per la magia nera, in asino, ma con sentimenti umani.

Relegato dai briganti in una caverna, una vecchia serva gli raccontò una bella storia quella, cioè, di Amore e Psiche dopodiché, a seguito di altre peripezie, il protagonista riacquistò le forme umane, ingurgitando delle rose, e si recò a Roma per essere avviato ai misteri di Osiride. Questi i fatti nella loro essenzialità. Naturalmente, il romanzo, nella letteratura latina, non esisteva, ma per trattare di fatti fantasiosi i Romani usavano il vocabolo ‘fabula’ che rendeva e rende alla perfezione la narrazione di eventi fantomatici o immaginari. E tale rimane il capolavoro dell’Autore numida.

Ciò premesso, bene ha fatto la Giunti (Firenze, 2016) a ripubblicare – con testo latino a fronte, traduzione di Angela Cerinotti e Introduzione di Vincenzo Guarracino – il capolavoro di Apuleio col titolo di ‘La favola di Amore e Psiche’, sia perché lo merita a piene mani, sia perché, ad onta della sua fama, non sempre esso trovò lettori degni di gustarne l’intrinseco valore.

E già l’incipit della storia non tradisce le attese: “Erant in quadam civitate rex et regina” i quali avevano tre figlie, ma mentre le prime due erano soltanto carine, la terza, cioè la più giovane, possedeva un incanto indicibile quasi pari a quello di Venere, dea della bellezza. Da qui, l’aspro livore delle sorelle e le lunghe processioni di gente che si recava, dalle città vicine, ad omaggiare Psiche - questo il nome della fanciulla - tant’è vero che tale culto "verae Veneris vehementer incendit animos", vale a dire fece arrabbiare Venere.

La vendetta di quest’ultima non si fece attendere ed allora un responso di Apollo condannò la fanciulla a vivere in un magnifico palazzo - sito su una rupe - per diventare la donna di un mostro invisibile che la fece sua senza che essa potesse mai vederlo. Egli la pregò, inoltre, di non desiderare mai di cercare le proprie fattezze, pena la nascita di gravi disgrazie. Intanto, le sorelle, rose dall’invidia, non poterono non ammettere che “quodsi maritum etiam tam formonsum tenet ut affirmant, nulla nunc in orbe toto felicior vivit” (Se poi il marito è anche bello come dice lei, è la donna più felice del mondo).

La vergine Psiche, intanto, parole di Apuleio, “restava nella casa deserta a piangere di continuo per la solitudine in cui era stata relegata, malata nel corpo e ferita nell’anima”, ma le maligne sorelle, riuscirono a convincere Psiche a non mantenere la formale promessa. Essa, anzi, si procurò addirittura un’arma per ucciderlo ignorando che questi era proprio il dio dell’Amore, “ipsum illum Cupidinem formonsum”, il quale attraverso Zefiro punì le due sorelle facendole precipitare nel vuoto e sfracellare al suolo.

A questo punto, Psiche proprio per guardare Cupido fece, involontariamente, cadere dalla torcia una goccia di olio che ferì il dio, ma scacciata da lui iniziò a cercarlo non avendo nessuna remora a chiedere aiuto addirittura a Giunone, a Cerere e alla stessa Venere la quale mise in atto una terribile vendetta sottoponendo Psiche ad ardue prove e prendendola per i capelli senza che essa tentasse di opporsi.

Una delle prove imposte da Venere, consisteva nella consegna, da parte di Psiche, di una scatoletta a Proserpina, moglie di Plutone e dea dell’Inferno, per ottenerne un briciolo di bellezza sufficiente anche per un solo giorno visto che le serviva per una sua presenza durante un consesso dagli dèi. A questo punto, Psiche voleva suicidarsi, ma la torre da cui voleva buttarsi le parlò e la pregò di vincere le resistenze di Caronte, custode degl’Inferi, mediante l’offerta di una focaccia all’andata ed una al ritorno.

Con l’aiuto di Amore, nel frattempo guarito, Psiche s’impegnò a portare a termine la commissione affidatale dalla dea e scrive, al riguardo, Apuleio: “amator levis in pinnas se dedit, Psyche vero confestim Veneri munus reportat Proserpinae” (l’amante si alzò leggero sulle sue ali e Psiche si affrettò a consegnare a Venere il dono di Proserpina).

Finalmente, Cupido e Psiche riuscirono a coronare il proprio sogno d’amore con una imponente cerimonia nuziale sotto il patrocinio del Padre dell’Olimpo il quale volle pure suggellarla dal punto di vista giuridico: “Iam faxo nuptias non impares sed legitimas et iure civili congruas” (Io farò subito in modo che queste nozze non avvengano tra sposi di rango diverso, ma siano legittime e conformi al diritto civile).

Non solo, Giove volle anche brindare alla salute dei novelli sposi dichiarando, testualmente: “Psyche, et immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido sed istae vobis erunt perpetuae nuptiae” (Bevi Psiche e sii immortale! Cupido non ripudierà il vincolo che lo unisce a te. Da oggi siete marito e moglie per l’eternità). In conclusione, come in tutte le ‘fabulae’, anche l’unione fra amore e Psiche fu allietata dalla nascita di una graziosa bambina che fu chiamata Voluttà, incarnazione del piacere.  

Che dire, a questo punto, dell’opera di Apuleio? Che essa è e rimane un sicuro capolavoro nel suo genere anche perché l’Autore, dotato di un’intelligenza e di una ‘curiositas’ fuori del comune, riuscì ad elevarsi al di sopra dei suoi contemporanei abbracciando  tematiche come i culti di Eleusi, di Iside e di Osiride. La difesa che egli fece di sé stesso – ‘Apologia’ – e la conseguente assoluzione, per l’accusa di magia, sono la riprova che lo scrittore e filosofo di Madaura occuperà sempre un posto di rilievo nell’ambito della grande letteratura di Roma.








 

 

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