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Il podio per Andrea Donaera con il suo primo romanzo 'Io sono la bestia'

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A Rieti la presentazione del libro della giornalista Valentina Bisti

Valentina Bisti

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«Il figlio maschio», una vera saga di famiglie siciliane

 

Giuseppina Torregrossa
Giuseppina Torregrossa

 
 
virgolette

Il nuovo romanzo della scrittrice siciliana Giuseppina Torregrossa, già autrice del celebre «Il conto delle minne» (2009)

     

di Lino Di Stefano
venerdì 20 novembre 2015 - 19:18


Le linee direttrici del recente libro – ‘Il figlio maschio’ (Rizzoli, Milano, 2015) – ce le fornisce la stessa Autrice, Giuseppina Torregrossa, nella Nota finale che così suona: ‘Un fatto è un fatto. Non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario’.

«In questo romanzo il fatto è che Vito Cavallotto muore nel 1983, che lascia la moglie Adalgisa, le tre figlie Cetti, Anna e Luisa, la mamma Concettina Ciuni, la sorella Mimma e il cognato Libertino. È un fatto che Vito Cavallotto faceva l’editore e insieme a Sergio Flaccovio (figlio di Fausto), Salvatore Sciascia, Filippo Ciuni, Giovan Battista Palumbo e a molti altri ha scritto una bella pagina di storia dell’editoria. È un fatto, ancora che Adalgisa Cavallotto e le sue tre figlie hanno portato avanti con grandi capacità un progetto faticoso in una terra complessa coma la Sicilia», etc.

In tali poche righe è racchiusa la sintesi più compiuta del volume di cui ci stiamo occupando anche perché ci troviamo, effettivamente, al cospetto di un libro intricato, viste le coordinate che ispirano e lo portano, felicemente, a nostro giudizio, a compimento, non esclusi, altresì, i laboriosi nessi che presiedono, nei molti capitoli – qualcuno, forse, superfluo - all’intero intreccio delle storie interpretate dai numerosi personaggi dell’opera.

Dopo le presenti doverose premesse, entriamo, come si suol dire, immediatamente, “in medias res’ per affermare, senza indugi, che ci troviamo al cospetto di una pregevole opera, un romanzo, appunto, ben concepita e altrettanto bene condotta a termine. A questo punto, sottolineiamo subito che in questa saga – è il termine più calzante – ‘vita’ e ‘morte’ aleggiano in maniera costante, a conferma della considerazione secondo la quale esse costituiscono la base dell’esistenza umana, e non solo umana incarnando, inoltre, alla perfezione, la dilacerata anima siciliana.

Nella prima parte del romanzo, due personaggi dominano incontrastati gli avvenimenti e vale a dire Turiddu Ciuni, detto Turi, sua moglie, Concetta Russo, e il figlio Filippo: il primo, persona ignorante - tutto concentrato nella difesa della tenuta di Testasecca, nel retroterra dell’isola – ma anche dinamica, orgogliosa e piena di sé; la seconda, donna ancora attraente dopo i quarant’anni, madre di dodici figli - tutti, in qualche modo, sistemati, nella regione di nascita o all’estero - e con Filippo, figlio prediletto di Concetta, che aveva studiato e che si era affermato come editore.

Tornando a Turiddu, questi era così altezzoso da ritenere, erroneamente, di non essere soggetto pagare il ‘pizzo’ laddove era la moglie a provvedere a questa iniqua imposizione; tre interpreti importanti delle vicissitudini, dunque, con i due coniugi, in particolare, che avevano pure saputo morire con dignità mentre Filippo, dopo i primitivi e convinti entusiasmi politici, aveva finito coll’uscire di scena in modo un po’ contraddittorio. Turi era stato sempre, non a torto, convinto che “la terra (…) si sa, rende sani e forti” e, altresì, persuaso, sul letto di morte, che gli stenti e la fatica di un’intera esistenza “non gli pesavano quanto il tradimento della sua famiglia”, mentre Concetta si era congedata dalla vita con una dolce espressione e stringendo “tra le mani una rosa spampinata come il suo tuppo sui capelli”.

Il primogenito, comunque, appoggiato dalla sorella Concettina, era diventato, un esperto di editoria - considerando giustamente i libri come figli - incoraggiato, in ciò, pure dal padrone della Vallecchi, anche se “ormai nutriva ben altre ambizioni”; nel frattempo, però, egli si era sposato con Luisa Saracinelli perché entrambi “avevano scoperto di amarsi mentre lui era ancora fidanzato con Maria Spagnuolo”.

Poi, la morte, come abbiamo accennato, un po’ misteriosa e il viaggio della madre a Palermo, concepito come pellegrinaggio, per “vedere la casa dove abitava Filippo; la sua libreria a piazza Verdi”. Ed eccoci alla famiglia Cavallotto avente come esponente principale Vito - editore, a sua volta, con Salvatore Flaccovio – che impalma Adalgida D’Ambra dalla quale ha tre figlie, Cetti, Anna e Luisa.

Adalgisa “determinata a sposarselo, quel libraio silenzioso”, riesce nell’intento, ad onta dell’ostilità della madre di lui, Concettina Ciuni, la quale stravede per il figlio ed accoglie la rivale sempre con un grugnito perché le voleva sottrarre il suo Vituzzo. Ma, il destino decide diversamente e mentre Vito, recandosi a Catania, per lavoro, fa una breve sosta, sulla corsia d’emergenza dell’autostrada, viene, all’improvviso, travolto da un camion il cui autista intravede, all’ultimo momento, il carrello, più largo, della macchina di Vito, che sporge invadendo un po’ la corsia di marcia. Il lungo stridìo che ne segue spezza il silenzio presente nella natura circostante mescolandosi al crudo lamento dell’autoambulanza.

L’editore passa a miglior vita, ma, come rivela Adalgisa, egli spessissimo le appare in sogno confortandola con consigli, suggerimenti ed affetto visto che essi si amano anche se in una dimensione onirica. Dopo la morte, Vito disteso su una lastra di marmo protetto da una tela plastificata, viene osservato dalla moglie la quale quasi, quasi, non lo riconosce poiché il corpo del marito le appare piccolo e striminzito.

E’ un momento molto duro per la signora Cavallotto e le tre figlie a Caltanissetta, ma, lentamente, la vita reclama i suoi diritti col lavoro in libreria che contribuisce a lenire i dolori di Adalgisa aiutata anche dal finto carteggio con Vito che le invia una lettera ogni volta che essa compie un viaggio. Il romanzo si chiude felicemente col parto di Luisa che dà alla luce un erede il cui nome non può non essere che uno e uno solo.

 Luisa lo sa, ma non lo dice, che sarà maschio dato che il fattore ‘xy’ indica, appunto, scientificamente, questo esito. ‘Maschio!’, urla l’ostetrica, ‘ed anche bello’, considerato che il bambino è roseo e rotondo; ‘Vito!’, urlano tutti insieme i congiunti, visto che sul nome non ci sono dubbi di sorta; ed ecco l’indovinata conclusione della scrittrice: ”Tutti guardavano il bambino. Solo Adalgisa vide il guerriero”.

Questi, in estrema sintesi, i tratti salienti dell’ampio libro di Giuseppina Torregrossa; volume, aggiungiamo, che non può essere esaurito nella sfera di una recensione, tenuto conto della sua vivacità e della sua ricchezza letteraria e tenuto, conto, ancora, della sua distensione temporale – non escluso qualche riferimento al secondo conflitto mondiale - che va dal 1924 al 1983, anno, quest’ultimo, della morte di Vito.

Sullo sfondo del lavoro, si muovono, nella loro drammaticità, non solo la Sicilia in generale, bensì pure le città come Palermo, Catania, Caltanissetta ed altre località minori; in tale “humus” si articolano, altresì, i complessi eventi che si presentano ricchi di sorprese, di imprevisti, di dolori e di patemi i quali conferiscono particolare tono al romanzo. Tanti sono, infine, i momenti di commozione che, in qualche caso, strappano il pianto al lettore sicché, non a torto, si potrebbe ripetere col poeta Virgilio, “sunt lacrymae rerum”, per indicare la posizione esistenziale di tutti gli esseri, l’uomo in particolare, nell’universo.

Innumerevoli sono, inoltre, i detti e i proverbi che impreziosiscono il libro e, al riguardo, ci piace citarne solo uno anche in considerazione del fatto che, nel romanzo, le donne giocano un ruolo di primo piano per il semplice motivo, come si legge, nello stesso, che “i libri è vero che li pubblicano i maschi, e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine”. Ed ecco un efficace detto presente nel volume di Torregrossa: «Quelle femminedde sule hanno bisogno di aiuto, ché le donne, per loro temperamento, sono inclini alla tragedia e all’autolesionismo».

E, a proposito, di ‘femmineddde’, termine intelligibile da tutti, non è inopportuno aggiungere che l’opera abbonda di termini vernacolari non sempre comprensibili, però, da chi non è siciliano tant’è vero che noi, pur essendo di origini centro-meridionali, ne abbiamo carpiti diversi, intuendone, invece, di molti altri, soltanto il senso. Alcune traduzioni tra parentesi, non avrebbero assolutamente inficiato il valore del tomo che resta, comunque, secondo noi, un’opera valida alla quale ogni lettore, degno di tale nome, dovrebbe accostarsi, non foss’altro per la benefica aria che si respira in tutte le sue pagine e per i proficui stimoli insiti nei momenti di maggiore intensità umana, emotiva ed affettiva.








 

 

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