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La Pasqua di sangue del 1944 a Rieti e in provincia

 


 
 
virgolette

Dalle stragi della settimana santa alle Fosse reatine

     

di Giuseppe Manzo
giovedì 9 aprile 2020 - 09:24


Viviamo un momento difficile perché il genere umano è stato attaccato da un virus che non siamo ancora in grado di fermare. Quattro miliardi di persone restano a casa e così facciamo anche noi reatini, nonostante la bellissima primavera che fiorisce intorno a noi e gli uccelli che cinguettano nel silenzio innaturale delle nostre cittadine. Anche in questa situazione non possiamo dimenticare, però, le stragi nazifasciste che furono compiute nel reatino durante la settimana santa di 76 anni fa.

I nazisti, con il solito disprezzo, battezzarono “Osterei”, uovo di Pasqua, l’operazione militare che nei primi giorni di aprile del 1944 costò la vita nella provincia di Rieti a un centinaio di cittadini inermi e di partigiani. Ma veniamo ai fatti di sangue che hanno caratterizzato l’occupazione tedesca di Rieti e della provincia dall’8 settembre 1943 al 13 giugno 1944. Sangue che bagnò le nostre montagne e i nostri paesi per nove mesi, perfino durante le celebrazioni pasquali del 1944: la battaglia del Tancia, l’incendio per rappresaglia di Poggio Bustone, i rastrellamenti e gli eccidi di Leonessa, Borbona e Posta, le vittime erano giovani renitenti alla leva, anziani, bambini, donne e partigiani. In quei giorni ricordiamo l’arresto del tenente degli alpini e parroco di Leonessa, don Concezio Chiaretti, mentre celebrava la Messa del venerdì santo e la sua fucilazione. Gli eccidi si verificarono anche nella domenica di Pasqua del 9 aprile con la strage delle Fosse Reatine.

Il 7 aprile del 1944 i tedeschi e i fascisti presero la cima del monte Tancia dopo un'intera giornata di durissimi scontri: le armi dei partigiani, ben attestate e ben usate, avevano falciato per un’intera giornata lungo le pendici della montagna centinaia di nemici. Il conto non gli tornava e così per pareggiarlo, all'alba del giorno successivo, i soldati della Wermacht bruciarono le casupole sparse sulla montagna e massacrarono tutti i civili che trovarono sul massiccio: otto donne dai 19 ai 66 anni; quattro vecchi dai 70 ai 78 anni e sette bambini dai 2 agli 11 anni. Sul Tancia niente rimase vivo: anche gli animali che non poterono essere asportati ebbero la stessa sorte dei bambini, delle donne, dei vecchi, dei sei partigiani dell'Arcucciola. In quei giorni di aprile del 1944 il rastrellamento delle truppe tedesche, agli ordini del comandante Ludwig Schanze, si concluse con la morte negli scontri intorno a Leonessa di molti partigiani e con la fucilazione sullo sperone del Monte Tilia di ventidue civili, segnalati dai fascisti come fiancheggiatori.

Tra essi vi erano il nuovo commissario prefettizio della città, l’antifascista Ugo Tavani e il valoroso ed eroico parroco don Concezio Chiaretti, ventisette anni, che fu arrestato dai fascisti mentre celebrava nella chiesa di Santa Maria. Quel 7 aprile del 1944, racconta il cugino del parroco Giuseppe Chiaretti, che stava servendo messa, era venerdì santo e la madre di don Concezio era arrivata in chiesa gridando: «Fiju, scappa! Te vau cerchénno li tedeschi!» («Scappa, figlio, i tedeschi ti stanno cercando!»). Ma fu inutile. Un cippo ricorda le cinquantuno vittime di quel rastrellamento. Don Concezio viene ricordato con amore e rispetto dalla popolazione di Leonessa che gli ha intitolato una scuola elementare e dedicato un busto bronzeo nel 1996. Dopo la fucilazione, i tedeschi e i fascisti ripartirono verso Rieti portando via civili e partigiani, alcuni dei quali furono trucidati alle Fosse Reatine.

Il sacrificio della popolazione reatina e l’eroismo dei partigiani furono riconosciuti nel 2005 con il conferimento alla provincia di Rieti di una Medaglia d’argento al merito civile. “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”, aveva sostenuto Sandro Pertini, Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, nel messaggio di fine anno agli italiani del 1979. Noi che dal 25 aprile del 1945 viviamo in una nazione libera, dove i diritti delle persone sono inviolabili, abbiamo il dovere di ricordare e onorare quanti hanno sacrificato la vita per il nostro paese e di presidiare la vita democratica per impedire che le dittature possano tornare.

La memoria è il patrimonio sul quale costruire il futuro dei nostri figli. Per la senatrice Liliana Segre “la memoria è l’antidoto contro il ritorno delle dittature”. L’oblio è il nemico della storia, guai a sottovalutare l’importanza dell’insegnamento della storia.

 

 


 

 

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