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L'Appennino non è una montagna minore, Gian Luca Gasca lo racconta ad Amatrice

 

Giuseppe Albrizio e Gian Luca Gasca
Giuseppe Albrizio e Gian Luca Gasca

 
 
virgolette

HA presentato il suo libro e ripercorso le emozioni e gli approdi interiori della sua carriera di camminatore

     

di Ines Millesimi
lunedì 3 giugno 2019 - 08:15


L'Appennino non è una montagna minore. Ci si può perdere nei suoi saliscendi di versanti. Da un punto a un altro di una cima ci sono tanti volti e storie di diversa umanità, ma anche di resistenza nel viverci a dispetto del suo costante spopolamento. L'Appennino è selvatico, è una natura che si riprende i suoi spazi. Non è addomesticabile, tante aree non sono antropizzate. Tuttavia rispecchia anche l'Italia degli abbandoni quando lungo il camminare si vedono i segni della rovina post industriale: capannoni, edifici e tracce di attività dismesse, o rifiuti, o opere incomplete che richiamano il peggiore “sviluppismo” su cui si sono costruite carriere politiche.

Di questo e di molto altro, dalla Pavana di Francesco Guccini alle terre mutate dai terremoti, si è parlato nella fredda serata del 1 giugno ad Amatrice, organizzata da Montagne in Movimento del CAI di Amatrice. Gian Luca Gasca, 28 anni, è stato un fiume in piena che ha raccontato a un pubblico molto curioso e attento il suo modo solitario di percorrere a piedi le distanze e perché lo fa. E' piaciuta la sua sincerità giovane e schietta, sostenuta da un robusto pensare e rimettersi in discussione. Ha presentato il suo libro Mi sono perso in Appennino dichiarando che grazie a questo viaggio gli sono saltati schemi mentali che anteponevano le Alpi agli Appennini, le Montagne alte alle basse, minori e periferiche, quelle della “dorsale” del Belpaese, fatte di profumi, sapori e tradizioni. Indossando una maglietta grigia con un grande stemma del CAI stampigliato, ha ripercorso le emozioni e gli approdi interiori della sua carriera di camminatore che ha fatto della montagna, del suo praticarla in lungo e in largo, un mestiere di vita.

Lui ha scelto di affermarsi come scrittore e giornalista di montagne restando a vivere defilato dalla città, radicato in un paesino del Piemonte. Con il suo inanellare visioni semplici e chiare del viaggio ai piedi e con i mezzi pubblici da Torino fino al Campo base del K2, grazie anche al sostegno del CAI che ha creduto in questa idea un po' folle di un giovane fuori dal coro, Gasca ha precisato meglio pensieri, convinzioni e scelte, condividendole col pubblico. Ha raccontato del suo passaggio ad Amatrice nei giorni seguenti al terremoto e dei suoi incontri con la comunità, proiettando nella serata i volti di quelle persone, dicendo i loro nomi e associandone un ricordo.

Durante l'evento, partecipato anche da un folto gruppo di soci provenienti dai CAI delle sezioni di Ferrara, Lugo di Romagna e dal Matese, è intervenuto Giuseppe Albrizio che ha raccontato di un'altra visione bizzarra, quella degli Appenninisti riuniti in un club (molto numeroso) che hanno come scopo – e piacere - quello di salire le oltre 260 cime dell'Appennino sopra i 2000 metri. Si tratta di una collezione immateriale che spinge a variare le salite, i paesaggi da contemplare, i luoghi da visitare, e che richiede una tenacia insolita nel proprio raggio d'azione geografico: più a portata di mano, di allenamento ma anche di portafoglio.

La serata si è chiusa citando la Casa della Montagna di Amatrice che in estate verrà finita e ricordando uno scrittore piemontese che resta oggi più che mai un esempio: Primo Levi. Nel 2019 ricorre il centenario della sua nascita e rileggere Se questo è un uomo è un'ottima occasione di risarcimento. A condurre Primo Levi verso le montagne è stato il desiderio di fuga da un’Italia oppressa dall’ideologia pervasiva e razzista. Sopravvissuto al campo di concentramento, Levi dichiarava che nella sua vita avrebbe voluto salire di più in montagna. Lì nasceva la sua esemplare forza interiore di uomo mite.

 

 


 

 

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