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La vita inutile di Alfie Evans, paradosso moderno dell'umanità

 


 
 
virgolette

Verdetto rinviato dopo il via libera della magistratura britannica ai medici a staccare la spina contro la volontà dei genitori

     

di Francesco Saverio Pasquetti
venerdì 13 aprile 2018 - 17:38


Era il 10 dicembre del 1948 quando l'assemblea generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo”, dando mandato al segretario generale di dare al documento massima diffusione in tutto il mondo. Il secondo conflitto mondiale era terminato da soli tre anni e le atrocità naziste erano ancora talmente vive nel loro raccapricciante divenire che il consesso delle Nazioni sentì immediata l'esigenza di restituire dignità a quella “umanità” brutalmente calpestata dal regime hitleriano.

 Oggi, alla luce del caso di Alfie Evans e delle altrettanto raccapriccianti affermazioni con cui Antony Paul Hayden – giudice della Corte Suprema Britannica – ha rigettato l'ultimo, disperato ricorso per evitare l'omicidio assistito di questo bimbo, ci si chiede quale valore abbia tale dichiarazione. Per Hayden e per il massimo organo giudiziario inglese la vita di Alfie è “futile”, “inutile”.

Per questo il bimbo va soppresso, tolto di torno, eliminato. In nome di una sua presunta, maggiore dignità che sarebbe lesa da un ipotetico “accanimento terapeutico” che, tuttavia, scientificamente tale non è alla luce della mancata diagnosi della malattia che affligge il bimbo. Dinanzi a tali affermazioni che provengono da chi, in una nazione dalle nobilissime origini – patria della democrazia e dei moderni diritti dell'uomo (la famosa “Magna Charta è del 1215) – dovrebbe garantire innazitutto i diritti fondamentali dell'uomo, ci si chiede in base a quali mostruosi e disumani “canoni esistenziali” si possa definire una vita, una qualsiasi vita umana, “futile” od “inutile”.

Ed allora tornano davanti agli occhi le immagini tristemente note di Auschwitz e del famigerato dottor Mengele per il quale, così come per Hayden, le vite dei bambini ebrei, zingari oppure con handicap o disabili erano vite “futili”, “inutili”. Per questo vite destinate al macello dei campi di concentramento (nel migliore dei casi) o ai suoi orribili esperimenti (nella peggiore delle ipotesi).

Per questo motivo, in un rigurgito di umanità finalmente concentrata sulla propria essenza più profonda, che nacque quella dichiarazione, oggi vergognosamente calpestata – per l'ennesima volta – dai giudici britannici. In essa all'Articolo 1 si disse che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Per Alfie non è così: in nome di una presunta “immaturità del padre”, troppo giovane per decidere con lucidità, uno stato di diritto tiene in ostaggio una vita umana rendendo l'ospedale pediatrico di Liverpool un nuovo “lager” presidiato da membri delle nuove SS (la polizia inglese) chiamati a vigilare affinchè non vi sia fuga alcuna dall'atroce destino cui il piccolo è stato condannato, in una stanza d'ospedale assurta a moderna “camera a gas”.

No, non vale che la Dichiarazione del '48 abbia scritto che “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione “ (art. 2) ed, in primis quella enunciata in modo tassativo e solenne dall'art. 3, dove si dice che “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.

No, Alfie non ha più “diritto” di vivere perché qualcuno, credutosi Dio e sostituitosi al Creatore, ha decretato che quella piccola vita è venuta al mondo per errore. È difettata, “viziata” e, per questo, come si fa con un acquisto su internet, restituita al mittente. Che differenza c'è, allora, fra Heyden e Mengele? Fra l'ideologia nazista e gli istituti giuridici su cui si fonda l'inumana sentenza della corte suprema britannica? Nei fatti, nessuna.

Anche per Hitler e per i suoi seguaci la razza doveva essere pura, “Ariana” e per questo motivo le vite “non perfette” erano ritenute inutili, “futili” e dunque di esse ci si doveva sbarazzare senza alcuna pietà. Questo accade quando il concetto di vita umana viene scisso da quello di amore. In un attimo duemila anni di storia cristiana vengono spazzati via in nome di una presunta legge di libertà che, nei fatti e sotto gli occhi di tutti, si manifesta come autentica ed orribile legge di morte.

Questo, in sintesi, il gesto del giudice Hayden: a nulla serve l'amore dei genitori di Alfie per il loro piccolo. Il loro disperato desiderio di assisterlo, accompagnarlo, “viverlo” sino in fondo e di essere da lui accompagnati in un percorso condiviso che doni un senso compiuto al loro gesto d'amore da cui il loro bimbo è nato. No, quell'amore non rientra nel canone di “utilità” espresso da Hayden.

Il giudice giunge, nel suo folle ragionamento, al paradosso estremo, sinonimo inquietante di come la cultura della morte abbia ormai pervaso nel profondo il ricco ed opulento occidente: per lui la più alta forma di tutela e di rispetto della vita del piccolo è la sua morte. Così ha decretato Hayden, novello “giudice – Dio”.








 

 

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