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E quella sera m'innamorai di Ugo...

 

Paolo Villaggio
Paolo Villaggio

 
 
virgolette

In memoria del genio di Paolo Villaggio

     

di Francesco Saverio Pasquetti
lunedì 3 luglio 2017 - 12:54


Non so ancora come accadde, ma fu colpo di fulmine. Era il 1980 e di Fantozzi già si parlava ma all'epoca, giovanissimo liceale, era altro ad interessarmi. Poi una sera, in Val d'Aosta, in vacanza con i miei, d'estate, mi colpisce la copertina di un libro, su una tipica bancarella stagionale: un tizio con "mutandoni ascellari", "ranismo" (come definiva lui il ventre dilatato...), cuffia bianca e, sullo sfondo, una spiaggia con carogne, scheletri e rifiuti di ogni tipo. "Il secondo tragico Fantozzi": incuriosito, chiesi a mio padre di acquistarlo e nelle freschissime giornate valdostane, iniziai la lettura.

Fu folgorante, per me. Ebbe Inizio un'avventura a fianco del più famoso ragioniere d'Italia che neanche la sua scomparsa potrà mai interrompere. Ridevo a crepapelle, nel leggerlo e ad un certo punto l'intera famiglia si chiese il perché: di lì iniziò una vacanza all'insegna della lettura a voce alta e nelle quali Mariangela, la Pina, la signorina Silvani e tutti gli altri divennero come familiari, per noi.

Da lì in poi quel linguaggio spinto al parossismo, denso di aggettivi come "clamoroso", "rimbombante", "ripugnante" e di tanti altri termini che descrivevano a perfezione le dis - avventure di Fantozzi divenne il mio, il nostro linguaggio. Fantozzi fu la nostra lettura nel viaggio che nel 1982 ci portò, con me, Luigi Gianfelice - oggi avvocato - ed Andrea Marchetti - dirigente di banca a Milano - a Suances, in Spagna, dove ad attenderci c'era Nicola Benai, anche lui aficionados del grande Ugo. Fantozzi pervase le nostre vite e la cosa di cui immediatamente ti accorgevi era che o lo amavi alla follia o lo odiavi nel profondo, detestandolo.

E si, perché il mitico Ugo, in fondo, era ed è in tutti noi e non a tutti piace vedere i propri limiti messi alla berlina. Il rapporto "servile" con la megaditta ed i suoi dirigenti dai nomi terrificanti o buffissimi come Cobram, Balabam o, ancora, Riccardelli, Catellani, la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare o, meglio ancora, con il megapresidente - sorta di divinità con poltrone in pelle umana ed acquario ove nuotavano i "sottoposti" - non erano altro che lo specchio irriverente dei tanti Fantozzi che popolano gli uffici d'Italia.

Le sue mitiche disavventure, quasi sempre con la regia del fido ed inarrivabile ragionier Filini "dagli occhiali civettati", sono entrate nell'immaginario collettivo di tutti noi: la battuta di caccia («i più megalomani avevano noleggiato aerei da combattimento!»); la partita di tennis («batti!», «Ma scusi, che fa, mi da del tu?», «ma no, ragioniere, batti, batti lei!»); la gara ciclistica (con l'irresistibile scena della "bomba") e tanti, tantissimi altri.

Ma, su tutte, unica ed inarrivabile, la corazzata Potemkin! In quell'episodio il genio di Villaggio racchiude quasi magicamente l'intera parabola dell'allora italiano medio, malato di calcio e vessato dal dirigente - intellettuale di sinistra cinefilo. Dinanzi al teleschermo che, con la voce di Nando Martellini, annuncia l'epica partita fra Inghilterra ed Italia, Fantozzi fa quasi tenerezza con il suo "frittatone cipollato", la Peroni gelata e, soprattutto, con il liberatorio "rutto libero".

La telefonata di Filini, che interrompe quell'unico spicchio di paradiso ancora concesso al povero Ugo, è un vero capolavoro: «Ugo - dice la Pina - dobbiamo andare a vedere un film cecoslovacco...». Ed al «nooooo!» disperato del ragioniere, memorabile la risposta della moglie: «ma è con sottotitoli in tedesco!». Il crescendo rossiniano della scena, poi trasferitasi nella sala aziendale, si conclude con quell'urlo che tutti noi, almeno una volta nella vita, avremmo voluto urlare a tutti quei "Dott. Riccardelli" che ci costringevano a fare qualcosa di "ripugnante" (altro termine carissimo a Villaggio): «la corazzata Potemkin è....una cagata pazzesca!».

I «92 minuti di applausi... un record!», che seguirono sono l'acclamazione trionfante di quell'eroe a cui tutti noi, la nostra società, la nostra vita, deve qualcosa: Fantozzi perde sempre, ha la moglie e la figlia orribile, una vita piatta e grigia (nella quale non riesce nemmeno a festeggiare il capodanno: meravigliosa la scena del maestro d'orchestra che mette indietro le lancette nel primo Fantozzi: alle dieci e trenta scarse finita la cena, il maestro Canello, che aveva un altro impegno in un altro veglione, barò bassamente annunciando al microfono: attenzione, mancano tre minuti a mezzanotte, rimettete gli orologi, preparate lo spumante! ) ma alla fine è lui a trionfare.

È indistruttibile e, come altri giganti della comicità, non morirà mai. E come soleva concludere sempre i suoi epitaffi il grandissimo Gianni Brera, non c'è saluto migliore: ti sia lieve la terra, Paolo Villaggio, in arte "Fantozzi rag. Ugo".








 

 

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