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La poesia filosofica di Francesca Lo Bue

 

Francesca Lo Bue
Francesca Lo Bue

 
 
virgolette

Presentata la silloge poetica ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017)

     

di Lino Di Stefano
lunedì 26 giugno 2017 - 18:55


L’autrice non ha bisogno di presentazioni per il semplice motivo che risulta già nota negli ambienti letterari italiani e in quelli di lingua spagnola essendo essa nata sì in Italia, ma vissuta anche per lungo tempo in Argentina, segnatamente nella città di Mendoza dove ha compiuto tutti gli studi compresa la laurea in Lettere e Filosofia. 

Molte le sue opere, in prosa e in versi – in edizione bilingue - come, per citarne solo alcune, ‘Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi’, ‘Por la Palabra, la Emociòn’ (2009), ‘Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), 2003-2009,  ‘Il libro Errante’ (El Libro Errante), 2012-2013 e così di seguito.
Ora, Francesca Lo Bue si è ripresentata, proprio in questi giorni, all’attenzione della critica con una silloge poetica, che già dagli interessanti titoli - ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017) - lascia intravedere le linee-guida lungo le quali si è mossa mercé, son sue parole dell’’Introduzione’, “un raggio che si apre nella nebbia, raccogliendo dal nulla e dal caos, per divenire visione di quello che già fu e parola di ciò che dovrà essere”.
E già, dalla prima lirica, ‘Casa’ (Casa antigua), la poetessa mette in atto i propri ricordi cercando il cippo del Padre (el cipo del Padre) e chiedendo alla Madre sia l’albero del sogno, sia la protezione dal pianto della colpa; tanti sono i temi affrontati, nella raccolta, dall’Autrice la quale, ad un certo punto, chiede al Signore “la beatitudine della verità” (la beatitud de la verdad), visto che tutto è monade, vale a dire fiore.
Ad un certo punto, l’artista chiedendosi che cosa sia il profondo risponde con i seguenti versi: “E’ come un alone senza confine (…)/ lampo di arcobaleno e riverbero lontano”(es como un halo sin limite/  (…) rélampago de arco irys); profondità e lampi che si aprono all’arcano il quale permette che le tombe, alla fine, “si sveleranno” e riveleranno l’impronta dell’aquila miracolosa.
E, a proposito di sigilli, gli ‘Itinerari’ della scrittrice italo-argentina sono ricchi di simboli e di riferimenti emblematici relativi, cioè, alla figure dell’”unità senza forme” (infinitesimal sin forma), quali Pizie,  oracoli, responsi, interrogativi e  “Sibille nel nugolo  delle visioni” (Sibilas desde los cirros de las visiones).
E sempre riguardo alle profezie e ai vaticini, l’artista dedica un componimento anche ad  Artemidoro (II sec. d.C.), noto esperto di materia onirica, i cui ultimi due versi così suonano: “A Te che ami il respiro sacrificale/ la freccia del tuo amore nutra il sangue” (A Ti que amas el respiro sacrificador/ la flecha de tu amor nutra la sangre).
Restando ancora nei temi misteriosi ed occulti, occorre rilevare che molti versi sono pregni di significato  metafisico come quando, ad esempio, leggiamo le seguenti significative parole inerenti, appunto, alla natura che “non chiede pane né sedili” (no pide pan ni assentos) dato che essa, prosegue la poetessa, “è sola, immensa” (està sola, inmensa) presentandosi come “aspro muraglione dell’esistere e cifra nulla” (àspero murallòn el esistir y cifra nula).
Profondi si ergono, dunque, i menzionati versi di Francesca Lo Bue mentre il vento le si presenta sposo del cuore nel tentativo di “abbandonare i labirinti aggrovigliati di ingiustizia” (para abandonar los laberintos enredados de injusticia). Tali motivi diventano, ad un certo punto, preminenti nella sua visione del mondo visto che quest’ultima celebra, per un verso, gli occhi del verde magico e la pietra di una torre che risplende ai viventi, ed esalta, e per l’altro, l’eternità della poesia che “ricostruisce, / trasmuta/ richiama i ritmi delle sorgenti” (reconstruye, /transmuta,/ reclama los ritmos de las surgientes). Non manca, naturalmente, la stessa, di rendere i dovuti omaggi alla Divinità la quale, “non viene in una nube maestosa/ ma appare come calamita di bellezza,/ desiderio di pietà e vendetta” (El no viene en una nube majestosa,/ aparece como imàm de belleza,/ es deseo de piedad y venganza).
Anche perché - essa prosegue, nella lirica ‘Il passato’ - “gli occhi di Lui, presenza di giovinezza,/ sono sostanza che abbaglia” (Los ojos de El presencia de juventud, / son sustancia que reverbera); Francesca Lo Bue non tralascia di magnificare anche la maternità tant’è vero che, opportunamente, traccia un profilo di tale importante figura che geme, ansima ed è felice di portare il proprio frutto in grembo.
Ma, come abbiamo sottolineato, molteplici risultano i soggetti presi in esame dalla poetessa italo-argentina non escluso quello concernente ‘L’ape del sogno’, come si intitola un’altra lirica, la quale, son sue parole, spìa la sua solitudine mentre “la nube dell’iride/ (…) sale dalla notte, nella notte” (la nube del iris/ (,,,) sube en la noche, en la noche).
Un’ultima osservazione: l’Autrice usa diverse volte il termine ‘seme’ (semilla) come simbolo di pace, quale “grotta profonda”,/ dove la pernice pasce col leopardo/ assetata di segreto vivo” (gruta profunda,/ donde la paloma se arrulla con el leopardo/ sedienta de vivo secreto). Tutto da leggere e da meditare, in definitiva, il presente bel libro di Francesca Lo Bue.







 

 

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