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Roma e il suo fiume

 


 
 
virgolette

Autore di saggi in materia storico-ambientale, Sandro Bari racconta la sua Roma da 'fiumarolo'

     

di Lino Di Stefano
domenica 5 marzo 2017 - 09:49


Sandro Bari, l’Autore del libro di cui ci stiamo occupando – ‘Sul Tevere, Storie e segreti del fiume di Roma’ (Edilazio, Roma, dicembre 2016) – non ha bisogno di presentazioni per una serie di ragioni che stiamo per esporre. Innanzitutto,  perché egli è un romano di Roma, in secondo luogo, perché è Direttore della Rivista culturale ‘Voce Romana’e membro autorevole del Gruppo dei Romanisti.

In terzo luogo, perché è scrittore, saggista, ideatore e conduttore del ‘Salotto Romano’, infine, perché quasi nessuno meglio di lui conosce la storia di Roma, antica e recente, nonché le tradizioni, i costumi e le consuetudini della ‘Città eterna’ e, in particolare, le ricche vicende del ‘flavus Tiber’. Avvenimenti esperiti tutti di persona e fissati sulla carta mediante la redazione di tanti saggi visto che egli si considera, a ragione, un ‘fiumarolo’, come dimostra ‘ad abundantiam’ nel presente libro.

L’Autore, scrive sempre il termine Tevere con il segno maiuscolo, sia per indicare, son sue parole, “che è il solo e l’unico, anche perché attraversa l’Urbe eterna”, sia per rammentare che pure il poeta romanesco Cesare Pascarella usava la lettera grande per determinare il corso d’acqua della Capitale. Ora, che il ‘biondo Tevere’ meriti tale privilegio è innegabile solo se si pensi, altresì, che lungo le sue rive - dalla fondazione della Città (753 a. C) in poi – si sono svolti avvenimenti che hanno deciso la storia del mondo.

Sandro Bari, come abbiamo accennato, è non solo un profondo conoscitore del Fiume, ma, come confessa agli inizi del lavoro, ha avuto, fin da ragazzo, “la passione dell’acqua” restando sedotto dai torrenti allorquando si è avventurato, son sempre sue parole, “talvolta anche pericolosamente lungo il loro corso per risalire fino alle sorgenti”. Da qui, l’autodefinizione di ‘fiumarolo’ per ribadire una infatuazione che, per dorla con Padre Dante, “intender non la può chi non la prova”.

Entusiasmo, aggiungiamo concretatosi mediante gite, scorrerie lungo le sponde, nuotate ed escursioni in gommone che, spesso, una volta ormeggiato, preludeva a squisite cene con “le provviste che le nostre ragazze avevano preparato: un paio di grosse bistecche da cuocere sulla griglia, fette di pane casareccio da bruscare, un salame, e su tutto, un fiasco di Valpolicella”, come scrive l’Autore.

Il quale pone, giustamente, l’accento su quel fascino che non perdona quando, durante la navigazione fluviale e le altre incursioni lungo il fiume, non si possiedono l’accortezza e la prudenza di rispettare le norme e gli accorgimenti senza i quali l’amore per l’acqua può, come spesso accade, trasformarsi in tragedia. Come nel caso di Rosa annegata - durante una festa all’Ambasciata a Palazzo Farnese - dopo che il suo cavallo era scivolato trascinandola nel limo e nei flutti.

Ma, il volume di Sandro Bari oltre alla descrizione dei pregi del Fiume è anche un accorato grido di dolore e, soprattutto, un atto di accusa contro le cosiddette autorità le quali al cospetto dei gravi guasti ambientali non hanno fatto alcunché e perseverano nel far niente per la salvezza del Tevere. Incuria, noncuranza, ignoranza, negligenza e strafottenza, queste solo alcune deficienze dei poteri, nazionali e locali – assommanti a ben diciotto - preposti alla salvaguardia di un Fiume unico al mondo che purtroppo, per le ragioni suddette, non solo non è più navigabile, come una volta, ma non è neppure più biondo.

Insomma, chiarisce l’Autore, esso “non ha più il caratteristico e millenario colore giallastro, le acque sono verdognole per la predominanza di microvegetazione trasportata”: eppure il Fiume una volta era pieno di vita considerate le molteplici opportunità che offriva come, ad esempio, la ricchezza ittica, i mulini, i traghetti e i barconi. Definitivamente, scomparsi, questi ultimi, ma patrimonio indimenticabile considerato, osserva ancora Sandro Bari, i periodi di familiari incontri: “giù per le scalette, malsicure nella stagione delle piene, si imbarcavano artisti, poeti scrittori, intellettuali, registi, galleristi, cantanti e musicisti al solo scopo di ritrovarsi in un luogo magico”.

Le varie Associazioni volte alla tutela del Tevere – di ‘Roma Tiberina’ è Presidente l’Autore – si sono sempre battute e continuano a battersi per la protezione di un patrimonio così celebre come quello del Tevere sulle cui sponde sono accaduti episodi di straordinaria valenza storica.

E, al riguardo, basti ricordare, come fa, adeguatamente l’Autore, la famosa battaglia di Ponte Milvio (312 a. C.) fra Costantino e Massenzio; scontro vinto dal primo, anche se, osserviamo, con lui, la vittoria di quest’ultimo avrebbe, forse, potuto cambiare il corso degli eventi. Egli parla, in proposito, citando Tito Livio, pure della battaglia sul fiume Allia vinta Galli Senoni sui Romani, nel 390 a. C., e della conseguenziale conquista della Capitale con l ‘affermazione del loro capo, Brenno, “Vae victis”.

Sandro Bari si sofferma, inoltre, su tanti altri argomenti come, per fare sempre un esempio, su tutte le caratteristiche del Fiume – lunghezza, portata, porti, vegetazione, fauna, viadotti, etc. – non senza trattenersi sugli affluenti del Tevere - come l’Aniene con i suoi 99 km., secondo solo alla Nera, a sua volta, con i suoi 126 km.  – nonché sui segni distintivi dei cinquantatré ponti sul Tevere.

Completano il pregevole volume del nostro Autore – redatto con singolare chiarezza e pregevole  vivacità letteraria – quarantasei illustrazioni a colori dalle quali è facile evincere la bellezza del Tevere, in molti punti offeso, purtroppo, dal degrado e da insediamenti di vagabondi che deturpano la già evidente precarietà dell’’habitat’ fluviale. Ambiente meritevole di ben altre attenzioni in una Nazione civile e degna di questo nome.   











 

 

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