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A Rieti presentato il libro di Cipolloni

Un momento della presentazione

«Un ritratto attento e sentimentale di un’epoca importante della storia locale»

29/07/2020 19:13 

 

A Rieti il libro 'Private, venti giornaliste nel tempo sospeso'

La presentazione a Passo Corese

La presentazione del libro, edito da Funambolo, sarà a Rieti sabato 25 luglio alle ore 18 al Polo culturale Santa Lucia

20/07/2020 18:41 

 

Osterie e ristoranti nella Rieti del Novecento, il libro di Antonio Cipolloni

Antonio Cipolloni e il suo libro

Presto nelle librerie ed edicole di Rieti

05/07/2020 09:54 

 
 

 
   

 

 

Rosso di San Secondo, scrittore drammatico

 

Pier Maria Rosso di San Secondo
Pier Maria Rosso di San Secondo

 
 
virgolette

Le sue opere teatrali riscossero notevole successo in Europa ed in Argentina: “La Bella Addormentata”, “Marionette che passione”, “Tra vestiti che ballano”, “L’Avventura terrestre”, “Per fare l’alba”, sono tra le opere più rappresentative a tutt’oggi

     

di Lino Di Stefano
domenica 15 gennaio 2017 - 07:58


Oltre che pregevole narratore, Pier Maria Rosso di San Secondo (1887-1956) è stato anche un valente drammaturgo con una produzione, in questo campo, ragguardevole ove si consideri il numero delle opere dedicate al teatro, genere per il quale egli possedeva una particolare predisposizione e una ricca fantasia; ragion per cui ci piace, nell’analizzare l’arte dello scrittore, iniziare proprio dall’opera più famosa e vale a dire ‘Marionette, che passione!’ (1918).

Lo sfondo in cui si svolgono le laboriose e molteplici vicende è la sala del Telegrafo centrale di Milano, in un pomeriggio festivo e piovoso, con i protagonisti principali alle prese con la formulazione di telegrammi che non vengono né redatti, né spediti. Anche i nomi degli interpreti rivestono una particolare valenza visto che ci troviamo al cospetto di un ‘Signore in grigio’, di un ‘Signore a lutto’, di una ‘Signora dalla volpe azzurra’ e di altre personaggi minori come una ‘cantante’, alcune ballerine, ‘Colui che non doveva giungere’, etc.

Tutte le figure citate sono portatrici di problemi esistenziali e, non a caso, come osserva Luigi Pirandello, amico dell’autore nisseno, “i personaggi di questa commedia (…) non senza ragione sono privi d’un nome proprio”, chiamandosi, appunto, con gli appellativi di cui sopra con due poveri cristi, una misera donna, un marito offeso, un amante ingannato, una amante maltrattata.

Insomma, come chiarisce il critico Luigi Ferrante, “Protagonisti di ‘Marionette, che passione! sono tre vittime, incapaci d’essere partecipi del dolore altrui e, quindi inchiodate, ciascuna, nel proprio: di questa loro passione ci comunicano i fremiti, i sussulti, un dissolversi epidermico, un trasalire appena”.

Tanti sono i patimenti di cui soffrono i protagonisti - quasi sempre incapaci di assumere posizioni nette - mentre serrati e cadenzati si articolano i loro confronti dialettici; in qualche caso, fra il ‘Signore a lutto’ e il ‘Signore in grigio’ scoppia un diverbio subito, però, risolto quantunque in un clima di sconsolatezza in cui dominano osservazioni – in particolare da parte dei due citati  signori – come quella, ad esempio, di morire avendo il “coraggio di spezzarla questa terribile esistenza!”.

Opportunamente, ancora Luigi Pirandello, nell’apprezzare il menzionato dramma, scrive che “Rosso di San Secondo può andare orgoglioso d’aver dato una pura opera d poesia al teatro italiano che accenna a sentire il bisogno di stabilirsi e innalzarsi su nuove e più sicure basi”. Ma se ‘Marionette, che passione!’ gode di una reputazione meritata – suffragata dall’autorevole giudizio di Pirandello – pure l’opera ‘Il re della zolfara’ non delude le aspettative.

Il dramma – ambientato, nel mese di luglio, in una taverna della Sicilia, ha un andamento serrato considerati non solo il dinamismo delle azioni, ma pure i dialoghi fra gli zolfatari che rivendicano, giustamente, più sicurezza sul luogo di lavoro e migliori condizioni economiche vista la scarsità del salario con cui sono remunerati. E, allora, i vari operai Carmelo Villa, Lucio Verrina, Michele Rosa ed altri se la prendono col cavaliere Sabucia, padrone della miniera di zolfo, inneggiando alla sua morte.

Ma, quando il cavaliere arriva nella zolfara e spiega le difficoltà economiche in cui egli si trova – dopo aver coinvolto nella rovina anche molti congiunti – nella taverna scende il silenzio perché i lavoratori comprendono la situazione e addirittura si commuovono nell’ascoltare le accorate parole del cavaliere.

Prova ne è che il menzionato Michele Rosa, nello stimare, a nome dei colleghi, la posizione del padrone della miniera se ne esce con tali parole: “Noi dovremmo chiedere ancora mille volte perdono. Una sola scusante abbiamo: non la conoscevamo ancora Eccellenza!”. In tale atmosfera di turbamento, gli zolfatari tornano al lavoro mentre Michele Rosa rivolto ai compagni esclama, soddisfatto: “Sua Eccellenza è un uomo!”.

Con tale carica di sentita umanità si conclude la commedia la quale in alcuni luoghi raggiunge alti momenti di apprensione tenuto conto, come osserva lo scrittore, nell’Introduzione, che lo scenario ha come base “la campagna brulla” che “si perde nell’orizzonte, confondendosi col cielo in una fascia di nuvole bianche” mentre “entrano nella taverna gli zolfatai (…) quasi interamente nudi” con  “le ciglia, le sopracciglia, i capelli bianchi di zolfo” e con in faccia gli occhi sanguigni.

Anche l’opera ‘Monelli’, nella sua brevità presenta momenti di felice articolazione dialettica in quanto i due interpreti del dramma -  1^ monello e 2^ monello, appunto – durante una notte fredda, appoggiati al muro di un teatro, discutono, dapprima, sui comportamenti delle persone che si recano ad assistere allo spettacolo e, in un secondo momento, su Mariettina, amica del 2^ monello - prematuramente scomparsa -e della fugacità dell’esistenza .

Ad un certo punto, i due discoli riflettendo sulla morte quale fine di tutti i mali si chiedono, inoltre, se non sia il caso di soccombere dato, esclama il secondo, che un morto: “che vuoi che senta?”. Eppure, Nella la Rossa che pure voleva perire – ingoiando tre pasticche di sublimato – ci ripensò gridando “non voglio morire!”. Da qui, l’osservazione dei due secondo la quale è difficile anche morire salvo il caso in cui si scompare senza rendersene conto.

La stringente discussione fra i due monelli si conclude con un’altra sensata considerazione e vale a dire che se i ricchi vanno a dormire in lenzuola di seta, ciò non toglie che essi facciano “sogni cattivi” e  siano uguali a tutti gli altri anche se sono stati a teatro. Alla fine, il 1^ monello offre una modesta ospitalità all’amico e una cena frugale e mentre abbracciati scompaiono nel buio, il primo esclama: “Dì, c’è Dio” e l’altro risponde: “C’è”.

Ora, è giocoforza aggiungere che se è vero che ‘Marionette, che passione!’ rimane un’opera riuscita, è altrettanto certo che anche ‘la vicenda tragica in tre atti’, come Rosso la chiama, e vale a dire ‘L’ospite desiderato’ - rappresentata al ‘Manzoni’ di Milano il 13 aprile 1921, con Maria Melato nel ruolo di Melina – resta un capolavoro. E ciò, sia per l’originalità della trama, sia per la stringente andatura delle battute fra i personaggi, sia, infine, per l’ottimo idioma italiano in cui essa è redatta.

Dopo un serrato e polemico esordio dialettico fra Melina, Adalgisa, e il giardiniere, l’opera prende, pian piano, quota con la delineazione precisa del carattere e della personalità dei protagonisti: la citata Adalgisa e, in particolare, gli amanti Melina e Paride e Stefano, l’ospite desiderato. Premessa la manifesta ostilità fra le due menzionate donne – la prima, domestica e la seconda, padrona – ad un certo punto si presentano in casa Stefano Brosia  e Paride Malviti, quest’ultimo indotto dal suo amore Melina a chiamare il primo.

Da qui, anche una serie di malintesi circa la presenza di Stefano, formalmente invitato da Paride che non lo vedeva da tanto tempo; i due amici discutono di tante cose e Melina incarica Adalgisa – trattata dalla padrona, con disprezzo come una serva - di origliare dal balcone per carpire qualche segreto fra i due. Frattanto, la presenza di Stefano - di professione musicista, ma figura ambigua -  in casa di Melina provoca disagi e malumori anche perché, sebbene chiamato, egli non è in grado, son sue parole, di “venire in soccorso né all’uno né all’altra…” perché “debolissimo di carattere”.

Paride, ridotto, ormai, ad una larva e con la morte alle spalle, ma sempre innamorato di Melina, invita Stefano ad andarsene rammaricandosi di averlo chiamato, mentre all’improvviso scoppia una lite fra Adalgisa e Melina che la apostrafa con gli epiteti di ‘serva’ e ‘contadina’. La domestica, stanca di essere offesa, a questo punto, esclama: “Ah questa volta no!” e brandendo un coltello colpisce la padrona uccidendola; essa, però, ‘in articulo mortis’, ha ancora l’ardire di insultare la fantesca con tali parole: “A-dal-gi-sa!... Con-tadi-na…”.

Questi i fatti nella loro essenzialità e, non a caso, nell’Avvertenza l’Autore rileva che “la vicenda del dramma, pur essendo essenzialmente umana, è nata da uno stato d’incubo dell’animo. La realtà vi è, dunque, trasfigurata  in sintesi allarmate e assorte come nei sogni tormentosi”. Da qui, la componente espressionistica della visione del mondo di Rosso di San Secondo, col personaggio Melina la cui perfidia raggiunge, da una parte, alti toni di drammaticità e, dall’altra, elevati accenti di dolorosa inquietudine.

    


 

 

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