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Giosuč Calabrese: al «ristoro» serve coraggio

 

© Giosuč Calabrese
© Giosuč Calabrese

 
 
virgolette

Se si allunga troppo il brodo vince il debitore. Chi ha stabilito che la concessione del sistema acquedottistico del Peschiera, ottenuta dal Comune di Roma nel 1926 , poi passata ad Acea Spa, sia a vita?

     

di Rosella Vivio
martedģ 23 agosto 2016 - 17:44


Il Ferragosto 2016 è scivolato via nel passato lasciando al futuro questioni internazionali e nazionali di peso ragguardevole. Il prossimo autunno sarà caldo, caldissimo. Dalla presidenza degli Usa alla tragedia siriana;  dall’evoluzione interna della politica turca al problema del fenomeno immigratorio e a quello europeo, gli scenari prossimi promettono un faticoso procedere verso non sappiamo quali esiti.

Vanno aggiunti a quelli sopra i nostri problemini nazionali. Il referendum costituzionale in primis. Agli italiani toccherà decidere se accettare la scommessa del cambiamento o se permanere nella “ fortezza Bastiani” dove da decenni è stata condotta l’Italia in attesa di una resurrezione politico-economica che agisca senza intaccare qualche interesse. La riforma renziana di cambiamenti ne contiene tanti e nel paese del gattopardismo  non sarà facile che passi. Le forze simpatizzanti per l’immobilismo, soprattutto se non soldati semplici, sono in piena azione. “Hic manebimus optime”, disse il centurione romano.

Scendendo per dimensioni, anche la piccola Rieti avrà il suo da fare. Ad esempio dovrà decidere se mollare sulla faccenda del “ ristoro” per le sorgenti Peschiera - Le Capore  o agire in base a legittime pretese di compensazione per i servigi resi. Prima di Ferragosto ho ripercorso la vicenda, dal suo inizio, con l’ex presidente della Provincia Giosuè Calabrese, protagonista di prima ora di un braccio di ferro mai concluso con Acea. Forse servirà ai più giovani conoscerne gli esordi.

D. Come è nata l’idea del diritto al risarcimento  per lo sfruttamento delle sorgenti sabine? Forse non tutti conoscono la storia.

R. Durante la presidenza Giuliani, precedente alla mia, con l’approssimarsi della scadenza della concessione settantennale posseduta dal governatorato di Roma, nel  1996, emerse il principio che il rinnovo non poteva ritenersi automatico.

D. Quindi, tutto nasce con la questione se il Comune di Roma, meglio ancora Acea, poi diventata Spa, abbia o meno il diritto di ritenersi gestore dell’acquedotto senza passare per un formale atto amministrativo.

R. Esatto. E la risposta di Acea fu un sostanziale tergiversare fatto di “vedremo” e di promessa di qualche prebenda. Non si voleva capire che, se è vero che l’acqua è risorsa pubblica, ai territori  che ospitano le sorgenti va riconosciuto il diritto ad essere risarciti per i vincoli imposti dallo sfruttamento della risorsa. Un esempio è la piana di Rascino, sottoposta a una infinità di limitazioni atte a garantire la purezza dell’acqua.

D. Sembra lapalissiano.

R. Evidentemente non per Roma. A noi sembrava evidente anche la forzatura nel ritenere la concessione ottenuta in era fascista quasi una proprietà romana. Dove stava scritto che non si potesse mettere a gara? E a questa gara non poteva partecipare l’Ato 3, ovvero quello sabino? E non si poteva immaginare una  co-concessione condivisa tra Ato3 e Ato2? La risposta è stata una fitta schermaglia da parte di Acea a cui risposi che mi sarei mosso con atti formali, ovvero una denuncia al Tribunale delle Acque.

D. E che ne seguì?

R. Intanto una lettera regionale inviata il 10 aprile 2003 dall’assessore Luigi Ciaramelletti. Una sciocchezza totale. Era il tempo della giunta Storace,  con quella comunicazione più o meno formale si affermava l’impossibilità per la Provincia di Rieti di diventare concessionario del Peschiera.

D. La motivazione?

R. Mah! Non ricordo nemmeno se veniva detto. Qualche giorno dopo ci fu un convegno sul tema dove vennero affrontati da esperti di grande livello tutti gli aspetti, economici, ambientali e giuridici. Partecipò tra gli altri il professore di diritto amministrativo e avvocato Cerulli Irelli che poi seguì il ricorso. Al convegno feci seguire la denuncia al tribunale competente e una lettera inviata a tutti i cittadini per informarli sui fatti. Qualcuno me la rispedì indietro accusandomi di perdere tempo.

D. Alla luce dei fatti successivi forse avevano ragione.

R. In realtà, no.  Al Tribunale delle Acque, dopo iniziali perplessità la nostra richiesta venne presa sul serio. Non si diede ragione a nessuno, è vero, ma non si dava torto alla Provincia. Siccome la faccenda era complessa , ci invitarono a trovare un accordo extragiudiziale. Il tentativo ci fu e con l’allora presidente di Acea, Fabiano Fabiani, sembrò essere possibile. Con lo storno fatto sulla tariffa e girato alla provincia reatina sembrò possibile investire nella facoltà d’Ingegneria ambientale e in una Scuola Superiore per lo studio delle acque. C’era un accordo col rettore D’Ascenzo che curava i rapporti col mondo arabo per un progetto d’imbottigliamento delle acque di sorgente che doveva imprimere una spinta all’economia locale. Infatti le locandine erano anche in lingua araba. Le palazzine rosse che oggi ospitano la Asl dovevano servire a questo.

D. Doveva. Avrebbe potuto. E perché non successe niente?

R. Perché c’erano le amministrative e un accordo fatto in prossimità di elezioni amministrative poteva sembrare demagogico.

D. Ne viene fuori la politica peggiore, quella degli opportunismi e delle strategie per fare fesso l’elettore. Ma, parliamo di oggi. Anche l’ultima delibera regionale, annunciata come “fatto epocale”, sembra destinata a finire nel nulla. Nella recente manifestazione  dei sindaci contro il ricorso di Virginia Raggi il sindaco di Cittaducale Ermini, a sua volta ricorrente contro la delibera, in quanto penalizza il suo comune, come quello di Casaprota, ha sollevato il dubbio che, data la tempestività del ricorso, la delibera sia stata licenziata con l’obiettivo di poterla impugnare successivamente. Secondo lui nemmeno nel più piccolo comune d’Italia si poteva produrre un documento con tanti errori marchiani ed evidenti. Il dubbio è legittimo. Ora cosa si dovrebbe fare?

R. Il vero problema è che si è allungato troppo il brodo. Il debitore con i tempi lunghi acquista forza, mentre il creditore s’indebolisce.  Il creditore alla fine si rassegna. Per me le polemiche di chi ha ritenuto insoddisfacente la quantificazione fatta con l’ultima delibera sono assurde. Meglio, molto meglio, ricevere meno soldi che niente. Ma rendiamoci conto che gli interessi in campo sono molti e che Acea nel rinviare fa il suo gioco. Né si può ignorare il rapporto esistente tra la Spa e politica romana. Il Cda di Acea fino all’altro ieri lo ha nominato il Pd.

D. Certo, e adesso toccherà al M5S  e forse cambierà poco. Ma allora? Che si può fare per non rassegnarsi?

R. L’unica risposta che mi sento di dare è che il ricorso del Comune di Roma potrebbe servire a riaprire i giochi sulla concessione. Io Ato3 rivendico la possibilità di concorrere all’ottenimento della concessione.  Se si avrà voglia e il coraggio di farlo l’impugnazione può diventare un’occasione da sfruttare. Acea, senza gara e senza essere più un soggetto totalmente pubblico detiene una concessione per ora, per come la penso io, illegittimamente.

D. Chi dovrebbe avere coraggio?

R. Il consesso politico che governa il sistema regionale e locale. Io me ne sono sempre infischiato e ne ho pagato le conseguenze. Da presidente della Provincia mi opposi ad alcune richieste romane.  Al tempo di Rutelli sindaco un giorno stetti chiuso in una stanza con lui , Walter Tocci, Bettini , D’Alia, Cioffarelli e i vertici del Cotral. Volevano impormi la cessione della quota della metropolitana di Roma di cui era proprietaria la Provincia. Il più elegante nei modi fu Bettini. Mi opposi.

D. E come finì.

R. Fu ceduta dopo di me.  











 

 

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