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Birra del Borgo ad 'AB InBev': è solo per crescere

 


 
 
virgolette

Leonardo Di Vincenzo rassicura i critici, la qualità del prodotto non soffrirà per la cessione. Serviva investire in ricerca e tecnologia

     

di Rosella Vivio
lunedì 9 maggio 2016 - 09:11


Chi a Londra vuole fare del food shopping di qualità, perdendosi in spazi allestiti ad arte dove lo scorrere del tempo va a farsi benedire tramortito dalla fascinazione esercitata da prodotti di ogni parte del mondo,  biologici e compatibili con il rispetto ambientale va a Kensington dove trovaWhole Food Market.

È lì che in un pomeriggio dedicato alla scoperta di prodotti insoliti ho trovato la Birra del Borgo. Il livello dell’orgoglio patriottico, meglio ancora territoriale, è salito impetuoso. Riconoscere tra bottiglie di provenienza  globale l’etichetta di una birra artigianale italiana vista nascere e crescere come un miracolo imprenditoriale nella piccola Borgo Rose è stato eccitante.

Racconto l’episodio per dire che la notizia che la Birra del Borgo è stata venduta ad un colosso della produzione industriale, alla multinazionale «AB InBev», mi ha lasciato interdetta. Ci ho pensato su un bel po’. Non riuscivo a capire l’entusiasmo di chi faceva rimbalzare la notizia su Twitter accompagnandola con «ottimo per Rieti».  Ottimo per Rieti perché? E, soprattutto, quale destino si preparava per una birra diventata un simbolo dell’eccellenza artigianale italiana?

Non c’era altro da fare che chiederlo a Leonardo che, nonostante gli impegni, forse anche la stanchezza di dover rispondere ancora una volta sul perché e il percome della vendita, mi ha accolto, con la gentilezza di sempre, nel birrificio dove l’ariosità della fermentazione del mosto di malto di cereali si sposa perfettamente con l’ambiente incontaminato delle montagne della Duchessa.

D. Ti va di raccontare a chi dovesse non saperlo come nasce la Birra del Borgo? Una nascita pioneristica.

R. Con piacere. Tutto è cominciato nel 2005, un incrocio tra gioco e lavoro. Io facevo tutt’altro, mi occupavo di ricerca Biochimica all’università.

D. E come ti è venuto in mente di dedicarti alla birra?

R. Tutto nasce da una grande passione. A me fare la birra divertiva da matti e a un certo punto dal semplice hobby sono passato a farlo come lavoro. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato produrre qualcosa di speciale, di diverso da quello che si trovava sul mercato dove le birre erano indistinguibili. Volevo produrre una birra più caratterizzata e che utilizzasse prodotti italiani. Da noi era forte la cultura del vino, ma non della birra.

D. Tu sei originario di Tagliacozzo ma hai scelto Borgo Rose per dar vita alla tua impresa. Come mai?

R. Perché ho iniziato con pochi soldi. Ad aiutarmi è stato mio zio, proprietario del locale dove eravamo all’inizio che me lo ha affittato a poco.

D. Una bella storia, fatta di entusiasmo e capacità, ma anche fatica e difficoltà, immagino.

R. Senza passione, entusiasmo e tanta caparbietà non ce l’avrei fatta.  Per far decollare l’impresa ci sono voluti tre, quasi quattro anni di duro lavoro. Considera che la Birra del Borgo si caratterizza fin dall’inizio come un prodotto interessato ad uscire dai confini locali. A guardare oltre.

D. Al mio arrivo c’era un giovane che lavora nel birrificio che parlava in perfetto inglese con un americano. O forse era inglese, non so. Ho pensato che la Birra del Borgo è davvero un prodotto “glocal”.

R. Sì, (dice ridendo) la definizione è giusta. Il prodotto nasce in un borgo, ma ho sempre pensato che se successo doveva esserci non poteva arrivare dal mercato territoriale. Ci siamo sempre mossi a trecentosessanta gradi. Nel 2006 più del cinquanta per cento del fatturato è stato fatto in Danimarca. Solo dopo la birra è decollata anche nel centro Italia.

D. Soprattutto a Roma, credo.  A “Eataly”, dell’Ostiense, food hall simile a Whal Food, dove il cibo si compra e si consuma, è possibile trovare decine di marche di birre artigianali, ma la Birra del Borgo fa la parte del leone. Da cosa è dipeso? Fermo restando che le tue capacità manageriali , oltre che imprenditoriali, sono riconosciute da tutti.

R. Diciamo che noi abbiamo sempre lavorato sulla conoscenza del prodotto, della sua qualità e sulla collaborazione con chef e ristoratori interessati ad offrire prodotti di nicchia.  Poi, diciamolo, a svolgere un ruolo importante è stato il passaparola. E’ ad esso che si deve un effetto domino molto elevato.

D. E ora? Alla notizia della vendita ci sono state reazioni anche molto critiche. Si sa di prodotti artigianali acquisiti  dalla In Bev diventati altro, anchese hanno conservato una discreta qualità, come la Corona o la Hoegaarden. Nel mio piccolo anche per me è stata una sorpresa non proprio piacevole.

R. In Bev è un colosso, una multinazionale che negli anni ha fatto diverse acquisizioni. Non tutte sono riuscite bene, ma negli ultimi sei sette anni si sono mossi diversamente, creando una branca dedicata a piccoli birrifici “craft”, artigianali, con strumenti di supporto per realtà come la nostra, e modificando solo alcune caratteristiche. L’ importante è che la diversità finalmente sia considerata un fattore che funziona e da salvaguardare. Per la Birra del Borgo sarà così. .

D. Per questo tu sei rimasto dentro l’impresa come amministratore delegato.

R. Sì.  

D. Le ragioni che hanno portato a cedere Birra del Borgo le hai spiegate più volte con la franchezza e l’onestà che ti appartengono. Avevi bisogno di serenità e sicurezza economica per te, la tua famiglia e per chi lavora con te. Ma cosa rispondi a chi ha considerato la vendita come un tradimento?

R. Credo che per  valutare oggi il valore dell’operazione serva tempo. Se i nostri prodotti saranno smembrati la scelta sarà stata sbagliata. Se non succederà sarà stata giusta. Personalmente credo che servisse fare un passo avanti per uno sviluppo maggiore di un’azienda che ha bisogno d’investire in ricerca e tecnologia. Il mercato è agguerrito. Chi oggi critica forse ha una visione romantica della condizione in cui opera una impresa come la nostra. Noi siamo cresciuti molto, ma crescere vuol direavere un peso sulle spalle, anche finanziario, notevole. E spesso vengono a mancare informazioni scientifiche, tecnologiche e modalità organizzative che non sono nel nostro know-how.

D. Quindi  la cessione del birrificio nasce dal desiderio di farlo crescere. Ci potranno essere ricadute sul territorio in termini occupazionali?

R. Il birrificio resta qui e da diversi mesi abbiamo iniziato diversi investimenti da cui dovrebbero derivare maggiori opportunità di lavoro. Ma non amo parlare senza avere progetti chiaramente definiti.








 

 

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