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Alessandro Fiorenza e la «Democrazia dal basso»

 

Alessandro Fiorenza
Alessandro Fiorenza

 
 
virgolette

Il sistema della rappresentanza non funziona più. La società si organizza per arrivare velocemente e con meno spesa ai luoghi decisionali. Questo è la «city lobbyng»

     

di Rosella Vivio
lunedì 2 maggio 2016 - 10:17


Il sistema della rappresentanza attraversa da tempo una profonda crisi. Una crisi che non sembra trovare le capacità di riparazione all’interno dei  cosiddetti corpi intermedi: partiti, sindacati, associazioni di categoria. La disaffezione nei confronti dei soggetti pubblici chiamati ad agire per conto di altri è resa evidente dalla nascita di numerose aggregazioni di cittadini riuniti in comitati e dall’attività crescente di cittadinanza attiva. Molto, se non tutto appare disfunzionale rispetto a un sistema democratico non più capace di riscuotere la fiducia dei cittadini.

Perché? E con quali conseguenze soprattutto nella politica locale? Sul tema si è esercitato Alessandro Fiorenza, capogruppo comunale del Pd. Da poco è uscito un suo libro, Gangemi Editore, scritto insieme alla ricercatrice del CNR, Maria Cristina Antonucci, intitolato «Democrazia dal basso».

Conosco Alessandro Fiorenza da quando armeggiava con spada e fioretto nella palestra frequentata anche da mia figlia, allora bimbetta e sua coetanea. Mi fa, quindi, particolarmente piacere parlare con lui, ormai trentenne, di intermediazione e disintermediazione al tempo della crisi della democrazia rappresentativa.

D. Il tema affrontato dal libro è di grande attualità e non stupisce interessi un politico giovane come tu sei. Ma da dove nasce l’idea di scrivere un saggio?

R.  Anche altri si sono occupati della questione, è vero. Per quanto mi riguarda, la parte che ho giocato come coautore nasce dall’esperienza personale. Da consigliere comunale ho avuto modo di entrare in contatto con i fenomeni locali di cittadinanza attiva e di “ citizen lobbyng”, gruppi di cittadini organizzati intorno a un comune interesse con la volontà di esercitare pressioni sul potere politico. All’università, poi, ho avuto la fortuna di incontrare una eccellente ricercatrice, Maria Cristina Antonucci, grazie alla quale è nato il progetto di lavorare insieme alla realizzazione del libro.

D. Al fondo dei fenomeni di cui parla il libro c’è la crisi dei partiti. Una crisi denunciata da decenni da  Marco Pannella col termine “ partitocrazia” e più recentemente dall’ex ministro Fabrizio Barca con quello di, catoblepismo”. In entrambi i casi si vuole denunciare lo strapotere dei partiti, diventati autoreferenziali, distanti dai cittadini e interessati sempre più alla sola occupazione della cosa pubblica. Tutt’altro rispetto alla funzione assegnata loro dalla Costituzione.

R. E’ un fatto. I partiti non sembrano più capaci di elaborare le risposte alle domande che provengono dalla società. E la società cerca altri interlocutori. Questo può farlo grazie a nuovi meccanismi democratici introdotti nel corso del tempo e ad Internet e ai più facili sistemi di comunicazione. Se prima i partiti erano i luoghi della mediazione e d’incontro tra società e istituzioni, oggi si preferisce arrivare direttamente al decisore.

D. Quando parli di partiti parli anche del tuo, il Pd.

R. Certo. L’urgenza personale a studiare il fenomeno della disaffezione dei cittadini nei confronti dei partiti nasce proprio dalla consapevolezza che anche il mio partito oggi appare profondamente in crisi rispetto alla sua capacità d’intermediazione.

D. Quando è iniziata la crisi dei partiti e della rappresentanza. Da Tangentopoli?

R. Il fenomeno è stato graduale. Se Tangentopoli, nel 1992, ha mostrato la crisi che era in atto, l’implosione del sistema di rappresentanza dei partiti è iniziato con la riforma del sistema elettorale del 1993, quella riguardante le istituzioni amministrative locali. E’ con quella riforma che la verticalizzazione dei processi decisionali viene istituzionalizzato. Prendiamo l’elezione diretta del sindaco. Anche se quel sindaco fa parte di un partito che lo ha aiutato a vincere le elezioni, una volta eletto, il partito perde forza. E’ lui che l’acquisisce e istaura un rapporto diretto con i cittadini e stabilisce la spesa pubblica, bypassando il soggetto che storicamente fungeva da intermediatore. Il punto di riferimento è lui, non il consiglio comunale, organo di rappresentanza dei soggetti politici.

D. La rappresentanza è una gran bella cosa ma in un paese dove i partiti crescono come funghi, producendo frammentazione e rallentamento dei processi decisionali la “ verticalizzazione” era diventata una necessità. La questione se sia più utile alla democrazia la capacità di governo o quella della rappresentanza è sempre attuale. Nel 2012 in Italia c’erano 62 partiti, oggi in Parlamento ce ne sono 42.  Bastano i numeri a parlare di malattia cronica di una rappresentanza politica sbriciolata e inefficace.

R. Infatti sono i settori della società a non credere più in una rappresentanza del genere. Non riconoscono più ai partiti, come anche ai sindacati e alle associazioni di categoria, la capacità di interessarsi ai loro problemi e di risolverli. Il fattore tempo, in tutto ciò, gioca la sua parte. Affidarsi ai corpi intermedi vuol dire allungare i tempi decisionali all’infinito. Il tempo dei bisogni, della loro soluzione, non è più compatibile con quello classico della rappresentanza. Oggi con un comitato si fa una pressione molto maggiore e immediata. E oltre al tempo c’è la questione dei costi. A una piccola impresa affidarsi a un’associazione di categoria, come può essere Confindustria, costa troppo, considerando gli scarsi risultati.

D. Sì. L’impressione che al posto di strumenti di democrazia i soggetti rappresentativi siano diventati dei lenti dinosauri imbolsiti, egoisti ed inefficaci è forte e diffusa. A questo è dovuto il successo del M5S, fenomeno antisistema e anti partiti per eccellenza.

R . Ma il M5S non è un partito? Quello che chiamano movimento non fa quello che fanno i partiti? Non concorre in modo democratico alle elezioni per avere funzioni di governo attraverso programmi, promesse ( spesso irrealizzabili e velleitarie n.d.r.)  idee? Che si chiami partito o movimento la sostanza non cambia. Quello che fa il M5S è pura rappresentanza politica, distinta da quella degli interessi.

D. Cioè? La cosa è troppo tecnica.

R. La rappresentanza politica è quella che mira al governo, quella degli interessi non ha il fine di governare, ma di arrivare al decisore politico per ottenere quanto vogliono. Oggi a svolgere questa funzione è la società che si rappresenta da sola attraverso i comitati che arrivano direttamente ai decisori istituzionali e al sistema dell’informazione per arrivare all’opinione pubblica. Il libro analizza questo fenomeno di democrazia dal basso.

D. Fai un esempio.

R. Prendiamo il Comitato dei pendolari reatino. E’ attraverso Internet e l’interesse suscitato dai mezzi di comunicazione, giornali e televisione, che un gruppo di cittadini  sono arrivati ai luoghi della decisione. Non si sono rivolti ai partiti, ma hanno fatto e fanno attività di “lobbyng”.

D. Che non è una parolaccia. Da noi spesso per “ lobby” s’intende qualcosa di negativo. Una influenza sul potere politico esercitata da poteri forti.

R. No, non è una parolaccia. Nelle democrazie europee come quella inglese, ma non solo, da sempre esistono gruppi di pressione sulla politica perché tenga conto di specifici interessi. Associazioni di ogni tipo, il sindacato, comitati, organizzazioni per la difesa di diritti, tutti fanno attività di lobbyng. Il Comitato dei pendolari, come quello della Rieti-Torano e qualsiasi gruppo di pressione si formi intorno a un tema specifico fa parte del fenomeno della “ city lobbyng”, a cui  noninteressa che un problema specifico diventi qualcosa su cui qualcuno metta il cappello. A interessare è la soluzione. Una soluzione il più possibile rapida ed efficace.

D. A questo punto s’impone una domanda: a che servono i partiti nell’era della scomparsa del dialogo territoriale con la società che ad essi si affidavano per la soluzione dei suoi  problemi?

R. Servono a formare e selezionare il personale politico e a favorire l’individuazione della leadership. E’ chiaro che chi si pone come obiettivo di esercitare la rappresentanza politica, deve conoscere i problemi del territorio e deve farsi conoscere dal territorio. Questo vuol dire che il  dialogo deve continuare ad esistere.

D. Anche la parola “ leadership”, soprattutto nel tuo partito, nella sua minoranza più conservatrice, farà storcere il naso. Diranno: ecco il renziano che vuole l’uomo solo al comando.

R. Io sono renziano, ma quando parlo di leadership non intendo parlare di personalizzazione della politica. Intendo, piuttosto, la capacità di una donna, di un uomo, di guidare una comunità d’interessi, ovvero di personalizzazione sostanziale. Quello di Di Pietro, per fare un esempio, era una leadership personale. Chi votava per il suo partito votava pensando a lui.  Per leadership sostanziale s’intende la capacità di rappresentare bisogni e istanze radicate in diversi settori della società e una tradizione politica adattata ai tempi. Il futuro sarà fatto di partiti di elettori, iscritti a un partito, leadership. I dirigenti avranno solo il compito organizzativo e non di indirizzo politico, dato dal rapporto tra elettori e gli eletti. Ai dirigenti spetterà organizzare i meccanismi che debbono favorire l’incontro. Lo so che questo farà arrabbiare molti del mio partito.

R. Farà arrabbiare tutti quelli che ancora immaginano un futuro  che guarda al novecento. Tu stai parlando di un sistema all’anglosassone. Forse americano.

D. Sì. Per conto mio la direzione è questa.

L’intervista è molto lunga perché di cose da dire Alessandro ne ha tante e molto resterà non detto. Ma una cosa sento di aggiungere. “Democrazia dal basso” nasce dalla passione e dalla consapevolezza che chi ama la politica deve impegnarsi prima di tutto nello studio e nella comprensione dei fenomeni che rendono viva, dinamica  e attuale una democrazia.

Non voglio confondere i desideri con la realtà, ma dopo questa intervista la speranza che la politica stia usando la crisi nel senso etimologico di “ occasione di crescita”, attraverso tanti giovani come Alessandro Fiorenza, che fanno politica mentre studiano, scrivono libri, si formano, spediscono curricula per trovare un lavoro, a me sembra si possa coltivare.    








 

 

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