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Un bel libro sulle Foibe

 


 
 
virgolette

Con il libro ‘La vera storia delle foibe’ Giuseppina Mellace ha aperto amplissimi squarci di luce sulla vicenda

     

di Lino Di Stefano
mercoledì 16 marzo 2016 - 19:33


La letteratura sulle ‘foibe’ è abbastanza vasta, ma malgrado l’istituzione del Giorno del Ricordo - 10 febbraio - questa tragedia resta ancora sconosciuta alla maggioranza degli Italiani come se fosse un avvenimento rimosso del secondo conflitto mondiale. Eppure si pensa che, nell’occasione, siano morti e scomparsi migliaia di connazionali, annullati dalla memoria delle generazioni future proprio a causa della feroce brutalità con cui furono eliminati militari, uomini e donne.

E per quanto riguarda queste ultime, emblematiche restano le vicende di Norma Cossetto e delle sorelle Radecchi, per portare solo qualche esempio, viste le migliaia di persone, uomini e donne, costrette a subire inaudite violenze quasi sempre perché Italiane; il silenzio calato per tantissimi anni sulle ‘foibe’ e il riserbo messo in atto, parimenti da parte italiana, hanno fatto sì che tale dramma restasse ‘rimosso’ e ciò anche per non urtare la suscettibilità della vincitrice Jugoslavia, in seguito frantumatasi in Serbia, Croazia, Slovenia, Montenegro e Macedonia.

Lo Stato italiano ha, giustamente, concesso a Norma Cossetto la medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio».

Ora, un recentissimo libro – ‘La vera storia delle foibe’ (Il Giornale, Biblioteca Storica, Milano, 2016) – di Giuseppina Mellace ha aperto amplissimi squarci di luce sulla vicenda mercé una ricerca accuratissima, serena ed obbiettiva che ripercorre, passo passo, tutti quei momenti tragici: dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino alla fine della seconda guerra mondiale ed oltre.

L’Autrice, documentatissima, parla, nel suo lavoro, non solo degli eventi bellici e delle foibe, ma anche della situazione venutasi a creare dopo la firma del Trattato di pace del 1947. E, cioè, dell’occupazione tedesca, del destino della regione giuliana, della liberazione di Trieste, della definizione dei nuovi confini, dei campi dei concentramento, dell’esodo e del controesodo, del numero delle vittime etc.

L’Autrice, così esordisce nella ‘Premessa’ del suo pregevole volume: «Affrontare il tema delle foibe è particolarmente arduo a causa delle diverse – e talvolta opposte – interpretazioni che ne sono state date nel corso degli anni».

«Perché si tratta – così essa prosegue – di un argomento strettamente connaturato alla questione del confine italo-jugoslavo creatosi alla fine della seconda guerra mondiale; e – da ultimo, ma non per questo un motivo meno importante – per via del dramma dell’esodo». Ma, l’Autrice non tradisce le attese per il semplice motivo che riesce a portare a termine, con dovizia di particolari e con dati oggettivi, una ricostruzione che non lascia nulla al caso, ferrata com’è su un argomento di una delicatezza estrema.

La parte finale del saggio riporta, infatti, l’elenco delle donne infoibate, deportate o scomparse, il riassunto delle vittime degli slavi nella Venezia Giulia, durante e dopo il conflitto, le donne vittime dei nazi-fascisti, e i vari Trattati di Pace da quello di S. Germain (1919) di Parigi (10 febbraio 1947) e di Osimo del 1975. Una ricerca, dunque, completa in ogni sua parte, questa di Giuseppina Mellace, uno studio, cioè, che colma moltissime lacune vista la parzialità delle investigazioni precedenti.

Ecco perché la stessa sottolinea, giustamente, che «paragonate all’Olocausto per la sistematicità delle esecuzioni – in questo caso operate dagli slavi contro gli italiani, considerati come sinonimo di fascisti, e contro tutti quelli che non si riconoscevano nel nuovo stereotipo di fede comunista – le foibe, con le loro cavità carsiche, generarono un vuoto anche metaforico, una non-morte, cancellando la rielaborazione del lutto e il rispetto del defunto, divenuto in quel momento un semplice oggetto da gettare in una discarica».

L’autrice, fa pure un elenco dei 39 campi di concentramento e dei luoghi di detenzione slavi dove furono detenuti e trucidati i nostri connazionali ivi compresa la famigerata foiba di Basovizza - in origine un pozzo carbonifero, non lontano da Trieste, profondo 256 metri – in cui furono infoibati soldati italiani, tedeschi e civili gettati addirittura vivi nella fossa dagli aguzzini titini. La cifra degli infoibati e massacrati in tale fossa ascende a 2.500 fra persone, soldati italiani e militari tedeschi. La Mellace riporta, opportunamente, al riguardo, pure la preghiera scritta dall’arcivescovo di Trieste Antonio Santi nella quale si legge, tra l’altro: «“Ebbene, Signore, Principe della pace, concedi a noi/ la Tua pace.

Dona conforto alle spose, alle madri/ alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte/ le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi/ che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul/ cuore la pena per questi Morti, profonda come le/ voragini che li accolgono». Dopodiché l’Autrice si sofferma sul tema ‘Esodo’ pur negando il nesso di ‘causa-effetto’ tra le foibe e, appunto, l’’Esodo’.

Quest’ultimo da essa definito «non una migrazione, bensì una frattura, un punto di non ritorno, scelta politica e fu, per molte zone, plebiscitario, sebbene manchi, ancora oggi, una storia complessiva di tale fenomeno. (…) Le violenze, le persecuzioni, gli arresti, le sparizioni, le spoliazioni dei beni, soprattutto nella primavera del ’45, contribuirono a dare una visione e senza scampo del nuovo regime».

Per quanto riguarda il numero dei morti infoibati - pur risultando le fonti discordanti – esso si avvicina alle 16.500 unità senza contare le vittime mai trovate, perché scaraventate in cavità carsiche irraggiungibili o bruciate e ricoperte da cemento e senza contare, altresì, i 350.000/400.000 Italiani costretti, con la forza, ad abbandonare le proprie case e le proprie terre. Terre che dal tempo di Roma, di Venezia e della penisola unita appartenevano all’Italia.

Giuseppina Mellace si sofferma ‘ex professo’ – visto che dimostra la tempra di una vera storica – anche sul dopoguerra considerato che occorreva ridefinire i nuovi confini a livello internazionale; da questo punto di vista, è giocoforza aggiungere, con l’Autrice, che «la frontiera orientale dell’Italia poggiava su un fragile equilibrio non suffragato da un confine naturale poiché gli stessi geografi austriaci e nostrani non erano d’accordo sulla linea di demarcazione e sul controllo del mar Adriatico».

Sulla carta, si trattava di favorire un progetto in cui ci si augurava l’avvento di una nuova nazione democratica – la Jugoslavia, appunto – sotto la protezione dell’Unione Sovietica; nuova nazione che offrisse garanzie di equità nei rapporti fra i popoli confinanti, benché le aspirazioni slovene si spingessero fino al punto di pretendere una linea di demarcazione sul fiume Tagliamento! Per Tito, inoltre, a detta dell’Autrice, “la rivoluzione proletaria avrebbe forgiato la nuova nazione jugoslava, libera e indipendente dagli appetiti stranieri e in cui la lotta al fascismo si sarebbe fondata con quella contro l’imperialismo capitalista”.

Nelle ‘conclusioni’, Giuseppina Mellace così si esprime: «Il dramma dell’esodo ha colpito intere popolazioni della regione giuliana. Senza voler giungere a facili sintesi o a sbrigative analisi, ci auguriamo solo che si possa fare sempre più chiarezza su questo doloroso, fenomeno, magari anche attraverso la progressiva apertura degli archivi di Stato della ex Jugoslavia, privando la discussione intorno alle foibe di quella matrice ideologica che spesso la ha caratterizzata».








 

 

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