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«Quando sale la notte», a Rieti la presentazione del libro di Valentini

Marco Valentini

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La poesia di Amerigo Iannacone

 

Amerigo Iannacone e il suo libro
Amerigo Iannacone e il suo libro

 
 
virgolette

Il nuovo libro del poeta venafrano dall’emblematico titolo «Eppure»

     

di Lino Di Stefano
venerdì 11 marzo 2016 - 19:46


Una sottile malinconia caratterizza i versi dell’ultima fatica poetica – ‘Eppure’ (Ed. EVA, Venafro, 2015) – di Amerigo Iannacone, autore molisano dal “multiforme ingegno” visto che ha al suo attivo, nella sua ampia produzione, non solo opere in versi, ma anche libri in prosa come, ad esempio, per menzionare solo alcuni volumi, ‘Pensieri della sera’ (1980), ‘Eterna metamorfosi’ (1997), ‘Microracconti’ (1991), ‘Ruit hora’ (1992), ‘Oboe d’amore (2007), ‘A zonzo nel tempo che fu’ (2002), e ‘Luoghi’ (2009).

Ma c’è di più, perché essendo l’Autore, un cultore e un conoscitore dell’esperanto, molte di queste pubblicazioni sono state da lui tradotte in tale lingua universale, anche se artificiale, in quanto creata più di un secolo fa per “unire – recita il ‘Manifesto’ esperantista – tutti i popoli affinché possano comunicare senza barriere”. Anche l’opera di cui ci stiamo occupando è stata versata da Amerigo Iannacone – diventato Amerigo Janakono - nella citata lingua con il titolo ‘Kaj tamen’ (Ed. Eva, Venafro, 2016).

Ciò premesso, veniamo all’analisi della raccolta del poeta di Ceppagna, frazione di Venafro; raccolta breve, ma densa di significato tenuto, altresì, conto della sincerità con la quale egli snocciola i propri sentimenti, velati da una tenue vena di mestizia; tristezza presente in tutti componimenti, quale ‘koiné’ dell’esistenza umana. Anche l’arcano della vita serpeggia un po’ in tutte le liriche del poeta molisano dato che per lui “è indecifrabile il mistero/ impenetrabile il dubbio/ nella ricerca del vero”.

Tutto questo, però, non si esaurisce in un semplice pessimismo per il semplice ragione che “Eppure/ c’è sempre un motivo/ per vivere/ anche quando/ non riesci a vederne nessuno”. Da qui, la genuina ‘bonorietà’ dell’Autore il quale – pur evidenziando l’enigma del vivere – non impreca mai contro nessuno; egli, anzi, fornito del necessario bagaglio, è già preparato a lasciare questo mondo, e, di conseguenza, è pronto ad ottemperare a ciò che ama definire “cartolina precetto”.

Il tema della precarietà dell’esistenza rappresenta il soggetto dominante dell’itinerario lirico di Amerigo Iannacone; questi vi torna con insistenza in diversi componimenti parlando sia della ‘Signora’, “padrona assoluta della nostra vita”, sia immaginando il proprio funerale allorquando, a suo giudizio, non ci sarà molta gente, perché indifferente; saranno, invece, presenti i poeti, gli scrittori, gli amici e il fedele cane Maciste che “non vuol essere distante (…)/ nemmeno un istante”.

E così di questo passo allorché, per fare un altro esempio, egli ci fornisce, ‘In effimeri petali’, la presente definizione della vita: “Siamo l’immagine/ che passa sullo specchio/ siamo il vento che fugge/ siamo farfalle/ effimeri petali/ di illusorii fiori”. Altrove così si esprime il poeta, al riguardo: “Molti giorni grigi/ e qualche lampo di luce/ qualche lacrima/ e qualche sorriso”.

Non mancano, nel libro, alcuni spunti familiari come, per esempio, il ricordo del padre e della madre nonché quelli relativi alla sua ’infanzia, vissuta nel primo dopoguerra, allorquando, ci si divertiva con poco e, in particolare, con i residui delle armi abbandonate dai soldati. Le ultime poesie, dal significativo titolo latino ‘Nuptiae’, sono dedicate al giorno matrimonio del figlio Renzo con Claudia perché da ricordare “come la principale/ pietra miliare/ della vita”.

Nell’ultima lirica, dedicata alla moglie Mariagrazia, leggiamo i seguenti espressivi versi: “Aneliamo ora/ in un lembo ancora/ di futuro/ a un nuovo ruolo/ di nonni che rivivano/ in bimbi nascituri”.

Giustamente, Giuseppe Napolitano, Prefatore del libro - ed anch’egli poeta, - ribadendo tra, l’altro, la componente della bonomia oraziana dell’Autore, osserva, opportunamente, che le parole di quest’ultimo «accendono empiti di umana partecipazione all’universale trottola dell’esistere».








 

 

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