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«Quando sale la notte», a Rieti la presentazione del libro di Valentini

Marco Valentini

Evento organizzato dall'Associazione Culturale Macondo e dal CAI di Amatrice

05/11/2019 09:36 

 
 

 
   

 

 

Un mito lungo cinque secoli

 

Salvatore Statello
Salvatore Statello

 
 
virgolette

Nato a Regalbuto (EN), lo scrittore ha insegnato lingua e letteratura francese, e ha compiuto gli studi all'Università di Pisa e di Parigi

     

di Lino Di Stefano
domenica 21 febbraio 2016 - 14:03


Se le dolorose vicende dell’eroina portoghese non avessero colpito, nei secoli, l’inconscio collettivo dell’opinione pubblica europea, scrittori, drammaturghi, poeti, storici e musicisti non avrebbero dedicato tanto interesse e tante opere alla donna di cui ci stiamo occupando e alla quale lo scrittore Salvatore Statello – esperto di lingua e letteratura portoghese – ha dedicato, proprio in questi giorni, una bella pubblicazione significativamente intitolata, ‘Ines de Castro’ (Di Nicolò Edizioni, Messina, 20l6).

Gli eventi, realmente accaduti e, in seguito, trasfigurati in ‘mito’, hanno come sfondo la Corte lusitana del XIV secolo allorquando D. Pedro I, erede al trono, s’innamora della splendida Ines de Castro diventata – dopo la morte della legittima consorte Costanza di Castiglia – sua amante ufficiale e, probabilmente, anche sua moglie. Ma la ‘Ragion di stato’ è più forte di qualsiasi sentimento sicché durante un’assenza, a corte, di Pedro, la donna viene eliminata anche mercé l’approvazione don Alfonso IV, sovrano indeciso, titubante e consapevole dell’innocenza della donna.

Salito al trono, don Pedro mette in atto una terribile vendetta verso i consiglieri del padre - in particolare, contro Pero Coelho, Alvaro Goncalves e Diogo Lopes Pacheco, mercé torture e distruzione dei corpi - dichiarando, in primo luogo, Ines regina, attuando, in secondo luogo, la riesumazione del cadavere - facendola rivestire con abbigliamento reale - e dandole, infine, sepoltura nell’Abbazia di Santa Maria di Alcobaca. Il Re medesimo darà ordine di edificare il proprio sepolcro a fianco dell’amata.

Tali i fatti nella loro essenzialità, ma proprio da questo momento scatta la molla degli interessi letterari, poetici, drammaturgici e musicali, con l’elevazione di Ines de Castro a simbolo della letteratura lusitana; letteratura amplissima, solo se si consideri che, dopo il ‘Cancioneiro Geral’ - raccolta di diverse opere liriche - autori di fama sentono il dovere di scrivere intorno all’evento luttuoso.

E si tratta, per fare solo qualche nome, di Francisco Manuel de Melo, di Luìs Velez de Guevara – con quest’ultimo siamo in pieno ‘siglo de oro’ – di Antoine de La Motte, che nel 1723 interviene con la tragedia ‘Inés de Castro’, e di tantissimi altri autori europei i quali offrono il meglio di sé per rendere omaggio ad una tragica storia, scrive Statello, che si staglia “su un terreno spirituale di eccezionale fecondità lirica”. Osserviamo ‘en passant’, che anche il nostro Metastasio si ispira a tale dolorosa traversia redigendo il ‘Demofoonte’ musicato, in seguito, da Antonio Caldara.

A parte le strofe di Garcia de Resende (1470-1536), dedicate a Ines de Castro, ci piace, ora soffermarci, sull’opera di un autore che, a nostro giudizio, più degli altri, riesce ad elevarsi, nel XVI secolo, ad un livello poetico di grandissima fattura visto che egli – Antonio Ferreira - dà alle stampe la tragedia, in cinque atti, intitolata, appunto, ‘Castro’. Cattedratico, uomo di cultura e baccelliere, egli redige non solo la citata opera drammatica, ma anche i ‘Pomeas Lusitanos’ oltreché le commedie ‘Bristo’ e ‘Cioso’.

Per quanto riguarda la menzionata tragedia, osserva Statello, essa “resta non solo l’indiscutibile capolavoro del nostro Poeta”, ma pure una delle “opere migliori della letteratura portoghese”, sebbene, aggiungiamo, non si conosca la data precisa della stesura e della pubblicazione della stessa. Anche in Spagna molti scrittori si interessano della pietosa vicenda di Ines de Castro tant’è vero che Jerònimo Bermùdez dà alle stampe un’opera omonima.

Ma, come sottolinea, opportunamente, l’Autore del libro di cui ci stiamo occupando, “la ‘Castro’ di Ferreira è universalmente ricordata superiore alla tragedia di Bermùdez per l’eleganza di stile, la profondità psicologica dei personaggi e per una certa versificazione introdotta per la prima volta in Portogallo”. Ora, avendo letto, con estrema attenzione la citata opera drammatica, non ci peritiamo di osservare che, effettivamente, il presente lavoro rimane un capolavoro nel suo genere per l’abbondanza delle osservazioni ivi contenute e il ‘pathos’ che lo governa, per dirla col nostro Ugo Foscolo.

I dialoghi sono non sono indovinati, ma soprattutto stringenti, mentre il ‘coro’ interpreta il suo ruolo sempre con convenienza ed obbiettività; anche la conversazione tra Ines e la nutrice risulta ognora efficace considerato che esse interpretano la realtà nella sua icasticità e nella sua crudezza. Un breve esempio in queste battute: Castro: “Triste non può essere chi vedi felice”; Nutrice:” Tutto mescola talvolta la fortuna”: Castro: “Riso, piacere, dolcezza ho nel cuore”; Nutrice: “Le lacrime sono segni di sventura”; Castro: “Anche compagne della felicità”; Nutrice: Al dolore sono naturali”, etc.

Il Re è convinto dell’innocenza di Ines, ma i consiglieri insorgono. Ecco qualche battuta al riguardo. Re: “Con che cuore, per quale motivo la uccidiamo”; Pacheco: “Non basta che con la sua morte si impediscano/ i mali che la sua vita ci riserva?”; Re: “Ella che colpa ha?”. E così di seguito fino al tragico epilogo, etc. Anche Francisco Manuel de Melo con i suoi dodici sonetti, rende onore alla Castro. In uno di essi egli così, tra l’altro, si esprime: “O tu, che questa lapide vedrai (…)/ che l’iscrizion commossa leggerai/ certo vedrai con gli occhi quel che devi”.

Passando, adesso, agli autori italiani che si sono interessati alla triste vicenda di Ines, ricordiamo, innanzitutto, il già citato Pietro Metastasio, con l’aggiunta che la pregevolezza del testo di quest’ultimo ha fatto sì che subito il ‘Demofoonte’, secondo Statello, sia stato riconosciuto ”come opera appartenente alla letteratura inesiana, e ben accolto anche in terra lusitana”. Gli altri rispondono ai nomi di Giovanni Greppi, nel XVIII secolo, Davide Bertolotti, nel XIX secolo, Luigi Biagiotti, Laura Beatrice Oliva-Mancini, Angelo Basile e Enrico Franceschi, sempre nell’Ottocento, e numerosi altri.

Tra i musicisti nostrani, resta considerevole l’opera ‘Ines de Castro’ di Giuseppe Persiani, concittadino di Leopardi, rappresentata al Teatro San Carlo di Napoli durante il Carnevale del 1835; i più grandi compositori e i migliori tenori e soprani europei si occuparono del triste caso di Ines de Castro, a conferma della singolare valenza assunta da questa storia nel corso della storia dell’umanità.

Tutto da leggere, pertanto, questo volume di Salvatore Statello nel quale egli ha profuso, da una parte, la passione per un episodio che si eleva a dimensioni universali e, dall’altra, la competenza di studioso di una letteratura, quella portoghese, che non ha niente da invidiare alle altre storie letterarie europee. Giustamente, in conclusione, la Prefatrice, Maria Grazia Russo, rileva che la sventura di Ines diventa “l’immagine della lotta tra ‘eros’ e ‘thanatos’, emblema dell’impulso passionale capace di travalicare qualsiasi ostacolo anche dopo la morte”.





 

 

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