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Il senso di Enza Bufacchi per l’innovazione

 

© Enza Bufacchi
© Enza Bufacchi

 
 
virgolette

Makeroad ormai è un metodo nuovo ed esportabile per aiutare le micro, piccole e medie imprese a entrare nel mondo dell’innovazione digitale. Per il vescovo Pompili è l’energia che serve al territorio

     

di Rosella Vivio
venerdì 4 dicembre 2015 - 14:21


La trasformazione digitale del mondo globalizzato è ormai un fatto. Siamo cittadini del 21esimo secolo, 2.0, socialmente ed economicamente connessi. Un secolo, il nostro, fatto di complessità, velocità, fatica nel definire le frontiere del futuro. Il processo, piaccia o no, è irreversibile e, come avviene in ogni rivoluzione di sistema, se non si vuole soccombere alla slavina che travolge il vecchio bisogna entrare, piedi, mani e testa, nel fermento innovativo attivato da chi per primo ha visto nella rivoluzione digitale possibilità di crescita e di sviluppo, non di morte. Se a tutti è richiesto lo sforzo di capire il presente adattandovisi al meglio, a maggior ragione deve farlo il mondo produttivo delle imprese, micro, piccole e medie.

Da quello manifatturiero a quello del turismo; da quello del commercio a quello dei servizi. Se si vuole resistere ed essere competitivi, non c’è obiezione che tenga, bisogna far proprie le nuove tecnologie e saper cogliere le opportunità, tante, offerte dalla rivoluzione digitale in atto. Vale per il mondo, per l’Italia e per Rieti. Ne parliamo con Enza Bufacchi, direttrice della Cna provinciale sabina.

D. La Cna di Rieti, da te guidata da diversi anni, ha a che fare con un mondo toccato dalla crisi in modo pesante. Tante imprese micro, piccole e medie, non ce l’hanno fatta o arrancano per tirare avanti, sfinite da un andamento congiunturale economico, finanziario e produttivo. L’iniziativa del Makeroad mette al centro uno dei problemi da superare, l’innovazione digitale. Quali sono le difficoltà nel realizzarla?

R. La difficoltà principale è far penetrare all’interno delle aziende la consapevolezza che il sistema digitale offre grandi opportunità a chi col sistema tradizionale non è più in grado di competere. Con l’edizione del Makeroad di quest’anno abbiamo voluto far vedere da vicino quello che si realizza collaborando e condividendo idee.

D. Dal lavoro di gruppo svolto in pochi giorni tra imprese, fablab ( piccoli laboratori creativi e di sperimentazione digitale dove lavorano persone dotate di diverse competenze, uno attivato anche al Rosatelli ) e studenti, anche di scuola primaria, sono nate cose impensabili per qualità. Sembra che la giuria abbia fatto grande fatica nel premiare il migliore tra i dieci progetti.

R. Sì, è stata una cosa che ha sorpreso tutti. Andrea di benedetto, Giovanni Re e Linda Di Pietro,il Comitato tecnico del Makeroad, sono stati costretti a inventare una menzione speciale per due progetti, “Civico Smart” e “Help my car”. Ma al di là dei riconoscimenti ai progetti migliori, cosa, ripeto, difficilissima, perché tutti sono stati meritevoli di apprezzamento, credo che sia centrale il discorso sul metodo nuovo che l’iniziativa del Makeroad ha messo in campo.

D. Entriamo nel merito di come avete organizzato la seconda edizione di quella che possiamo tradurre come “strada dell’innovazione”.

R. Abbiamo cominciato col lanciare tre “call” per ricercare le aziende, i fablab e gli studenti. Aziende tutte di Rieti e iscritte alla Camera di Commercio. Unico vincolo posto, perché noi lavoriamo per il territorio e ci interessava che le ricadute fossero sul territorio. Mentre i fablab sono arrivati da ogni parte d’Italia. Il più lontano è venuto da Castelfranco veneto.

D. Quante imprese hanno risposto all’invito?

R. Quindici, ma sono convinta che la prossima volta saranno molte di più. In ogni caso noi volevamo formare solo 10 gruppi di lavoro che lavorassero per realizzare un progetto funzionale alla esigenza dell’impresa presente nel gruppo.

D. Le imprese presenti sul territorio sono tante. Perché hanno risposto solo in quindici? E mi sembra sia stata assente la Camera di Commercio di Rieti. Come mai?

R. Alla seconda domanda rispondo dicendo che devi chiedere al Presidente Regnini. Alla prima, invece, rispondo dicendo che è stato molto difficile spiegare alle imprese cosa stessimo facendo. Anche solo spiegare cos’è un fablab presenta difficoltà. D’altronde, stiamo vivendo all’interno di una vera rivoluzione e capire che oggi un prodotto è il risultato della partecipazione alla sua realizzazione di competenze molto lontane da quello che l’artigiano produce non è facile per niente. I vecchi maestri artigiani, anche con bassa scolarizzazione, avevano la capacità di smontare e rimontare un motore per farci un’altra cosa. Oggi, con i dispositivi digitali questo non si può fare. servono un alto tasso di istruzione scolastica e un’ anagrafe che ti rende “nativo digitale”. Le microimprese sono per lo più nelle mani di cinquantenni e sessantenni con basso tasso d’istruzione formalizzata.

D. Pensi che l’aver portato a Rieti i fablab che operano in Italia abbia aiutato chi ancora fa fatica a capire le modalità nuove d’innovazione che oggi fanno crescere le imprese, soprattutto se piccole?

R. Questo è stato il nostro obiettivo. Lo scorso anno abbiamo portato a Rieti imprese che sono costruttrici delle nuove macchine digitali e imprese che le hanno già adottato nei loro processi produttivi con la speranza che bastasse farle vedere, toccare da vicino per farle entrare all’interno delle nostre imprese. Questo non è avvenuto. Le ragioni le ho dette. Questa volta abbiamo voluto portare fablab che mostrassero come oggi funzionano i nuovi processi produttivi e come dalla collaborazione tra ingegneri, architetti , vecchi artigiani, giovani “smanettoni” nativi digitali che lavorano con software, stampanti 3D e quant’altro si arriva a prodotti personalizzati per ciascuna azienda e a nuovi modelli di business.

D. Dalla mostra fotografica che faceva parte del programma si sono visti vecchi mestieri che non ci sono più. Niente come una fotografia fa comprendere come il mondo del lavoro sia cambiato.

R. Tanti mestieri sono spariti. Ma tanti prodotti che nascevano dall’artigianato nato a supporto dell’agricoltura ancora conservano un valore estetico, se non più di uso. E nel mondo il valore estetico del Madein Italy è riconosciuto ovunque.

D. Un esempio?

R. Mi viene in mente il lavoro del ceramista. Una volta produceva piatti per il mercato di prossimità, oggi produce oggetti di valore estetico, si può dire artistico. Prodotti che non possono essere assorbiti dal mercato di prossimità, ma se si ha la capacità di creare un sito, stare in un portale, si può accedere al mercato globale.

D. Tornando al Makeroad, mi sembra di capire che l’edizione di quest’anno sia importante perché ha individuato un “metodo” per aiutare le imprese a capire l’importanza e le modalità dell’innovazione digitale.

R. Sì, siamo davvero soddisfatti per questo. Noi lavoriamo per aiutare le imprese e aver trovato una maniera efficace per farlo ci rende felici. E ci rende orgogliosi che la Cna nazionale ne farà uso.

D. Intanto è nata la “CioCia”, una pantofola che sarà prodotta e venduta sul mercato dall’impresa Sgrenna.  È incredibile che in poco più di due giorni di lavoro sia nato un nuovo modello di pantofola con tanto di logo, di business model, del piano marketing e di una pagina Facebook.

R. Sì. È incredibile anche per noi che il Makeroad abbiamo organizzato.

D. Non voglio stoppare la positività di cui stiamo parlando, ma una domanda debbo fartela: a che punto è il nucleo artigianale di cui parlammo qualche anno fa?

R. È nel totale abbandono, esattamente come tre anni fa.

D. E cosa pensi del finanziamento regionale delle piccole e medie imprese nato dall’Accordo di Programma?

R. Ottima cosa. L’unico problema sono i 50.000 euro richiesto come investimento minimo. Ma speriamo sia superabile da tanti.

D. All’incontro sulla digitalizzazione scolastica è intervenuto brevemente anche il vescovo Pompili. C’era la processione di S. Barbara (problema sempiterno del far coincidere gli eventi). L’intervento si può sintetizzare con l’appello a «smettere di piangersi addosso» e a superare la «decomposizione intellettuale in atto».

R. Ho molto apprezzato, come tutti, le parole del Vescovo in quell’occasione e tutti lo ringraziamo per aver definito il Makeroad un esempio di come sprigionare sul territorio «energia e fiducia». Lo ha fatto nell’omelia dei vespri di S. Barbara. Per chi ha lavorato con fatica e tanta trepidazione all’evento, e per chi ha dato il sostegno economico, la Fondazione Varrone, è una grande ricompensa. Oltre che uno stimolo a fare sempre di più e meglio.








 

 

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