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Coop Risparmio76 e Rochdale: un inizio comune |
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Al Festivaletteratura di Mantova un libro che potrebbe spiegare la cooperazione a chi la confonde col solo profitto |
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di Rosella Vivio
giovedì 13 settembre 2012
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Alla sedicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova si è parlato anche di cooperazione. L'occasione è stata offerta dal saggio di Stefano e Vera Zamagni, docenti universitari, coniugi, colleghi ed esempio di produttività intellettuale cooperativa, intitolato, nemmeno a dirlo, “La cooperazione”. A presentare il libro a Mantova c'era solo Stefano Zamagni, economista, presidente dell'Agenzia per il terzo settore e una persistente ed evidente sensibilità umanistica per un mercato a misura d'uomo, dove trovano spazio sia l'impresa capitalistica che quella capace di produrre ricchezza privilegiando il capitale umano più del profitto.
Secondo Zamagni l'impresa cooperativa vera, funzionante ed autenticamente alternativa a quella capitalistica, è quella fondata sui principi di “reciprocità”, di “equità”, “inclusività” e “democrazia”. Tanto l'impresa capitalistica riduce gli spazi di autonomia e libertà dei lavoratori, esaltando al massimo il guadagno del datore di lavoro, tanto l'impresa fondata sulla mutualità valorizza gli individui che ne fanno parte sprigionando le energie migliori di ciascuno. Una maniera efficace per evitare l'assistenzialismo.
Non a caso il sistema cooperativo è nato nella scuola francescana del '400 e dall'idea che la povertà è cosa diversa dalla miseria. La povertà può essere una scelta di vita che non toglie la dignità. La miseria assistita, invece, aiuta a sopravvivere, ma non a vivere. E la sopravvivenza è mortificazione. Una mortificazione che il sistema cooperativo ha la funzione di combattere. Se l'idea della divisione del lavoro, della mutualità e della comunanza come modo per sottrarre l'individuo all'umiliazione dell'elemosina (l'assistenzialismo pubblico moderno rischia di diventare una sua forma) è di origine francescana ( il primo banco dei pegni nasce a Perugia nel 1462), la prima cooperativa nasce in Gran Bretagna, a Rochdale, una cittadina del Lancashire, nella prima metà dell'ottocento.
Il settore produttivo del luogo era il tessile. Si iniziava a lavorare a sette anni e le condizioni di lavoro erano pessime. È quello che abbiamo letto nei libri di Dickens. Dopo tanti tentativi, scioperi e proteste “di tipo politico e sindacale”, si arrivò all'idea vincente. Alla fine del 1843 un gruppo di tessitori, guidati da Charles Howart, decisero di giocarsi l'ultima carta: fecero una sottoscrizione e diedero vita ad una cooperativa di consumo. Nacque uno spaccio aziendale. Qualcosa di molto simile a quello che fecero, quasi quaranta anni fa, i dipendenti della Snia viscosa con la Coop Risparmio76.
A Rochdale, grazie allo spaccio dove venivano date massime garanzie di risparmio e di trasparenza, nacque un sistema produttivo moltiplicatore di attività. “Nel 1850 i soci erano già 600 ed il magazzino venne aperto tutti i giorni”. Era l'inizio di un successo da cui nacquero, lavoro, benessere materiale, istruzione per l'intera città. Vennero aperte, infatti, biblioteche e scuole dove si studiava, tra le altre cose, la storia e la filosofia. La cooperativa inglese è un esempio di quello che potrebbe fare un'impresa fondata su autentici principi cooperativi. Un'impresa che abbia come scopo il “ bene comune” a cui tutti sono chiamati a contribuire. Un concetto, quello di bene comune, di cui molto si chiacchiera, anche a sproposito e a cui poco si pensa poco in termini di responsabilità.
Come ho già ricordato in un articolo precedente, questo è l'Anno Internazionale della Cooperazione. L'Italia è una delle nazioni dove il sistema cooperativo è più diffuso, forse anche quello più legato al sistema dei partiti. Nel bene e nel male. Come capita spesso a questo paese, poi, è anche quello più carente sotto alcuni aspetti. Il sistema cooperativo italiano, ad esempio, non fa formazione superiore.
Non ha creato, come negli Usa, università proprie dove acquisire le tipiche competenze d'area cooperativistica: giuridica, economico-politica, aziendalistica, ma non solo. Gestire un'impresa cooperativa è molto diverso che gestirne una capitalistica. Il modello cooperativistico vince soltanto se tiene la barra dritta sui principi di solidarietà, di mutualità e di reciprocità. Altrimenti non è competitivo e soccombe alla forza del mercato.
Tornata a Rieti da un paio di giorni, dopo un'assenza di circa un mese, ho trovato nella piazza principale il gazebo del Comitato della Legalità, formato da una parte consistente degli ex dipendenti della Coop Risparmio76. Lo scopo è raccogliere le firme dei soci prestatori, oltre che far conoscere la vicenda e sollecitare chi di dovere a fare al più presto giustizia.
Il recente ascolto del professore di Bologna mi fa tentare una spiegazione della vicenda Coop76. Forse all'origine della disastrosa gestione di un Cooperativa nata con i medesimi nobili scopi di quella inglese, c'è lo sfilacciamento culturale che l'ultimo ventennio ha prodotto in questo paese. Sempre di più lo spazio del solidarismo è stato occupato dall'egoismo sociale e dalla cultura dell'avidità. Forse davvero a gestire una cooperativa deve essere chiamato chi è formato specificamente per quel tipo d'impresa. Né ci può essere spazio per l'avidità che, secondo Zamagni, caratterizza il mondo dell'ultimo ventennio, e che è alla base della la finanziarizzazione, diventata attività prevalente sulla produzione.
La vecchietta che rischia i propri pochi quattrini in investimenti rischiosi, puntando al massimo profitto basato sul rischio, secondo questa tesi, non è così diversa da chi punta solo all'arricchimento personale. Chi ha prestato i soldi alla Coop76 contando su una maggiore resa, anche se con più rischio sulla base della fiducia personale (è il caso dell'insegnante che ha raccontato su Rtr di aver investito tutti i risparmi di una vita nella cooperativa fidandosi del suo ex allievo, direttore amministrativo della cooperativa) è accomunabile, in qualche modo, a chi prometteva sconsideratamente.
Ma, naturalmente, l'ingannato e l'ingannatore non sono sullo stesso piano. L'una è vittima, l'altro è responsabile del danno. Ed in un paese di diritto la vittima: il prestatore di soldi, il lavoratore che non sapeva la reale condizione dell'impresa, le tante imprese artigiane danneggiate anche a morte, i proprietari degli stabili che non hanno ricevuto l'affitto, deve avere al suo fianco la giustizia e non deve sentirsi abbandonato, come invece accade.
Il 21 giugno il Ministero dello Sviluppo Economico ha disposto la Liquidazione Coatta Amministrativa e nominato tre commissari liquidatori che da quel momento avrebbero dovuto prendere in mano la situazione. In realtà Coop76 ed Evergreen, neo cooperativa con 225 euro di capitale sociale (particolare non irrilevante), preferita da presidente della provincia e sindacati di Cgil e Uil al colosso economico della grande distribuzione cooperativa Coop Centroitalia, veleggiano come se nulla fosse, verso la riapertura di punti vendita ed assunzioni fatte in barba ai principi sindacali. Riaperture a volte stonate come una beffa. Quella dei Cubi è avvenuta con tanto di taglio di nastro alla presenza di sindaco e vicesindaco di Rieti e di un assessore provinciale. Qualcosa di francamente penoso. Il tutto, mentre i dipendenti riuniti in “Comitato della Legalità”, aspettano le tutele di cui parlavo sopra, che la Legge, per Costituzione, garantisce loro.
Alla fine dell'interessante incontro di Mantova ho chiesto al professore se sarebbe stato disponibile a venire a Rieti a parlare di cosa sia davvero un'impresa cooperativa. Purtroppo ho ricevuto un gentile ma fermo:« non posso per mancanza di tempo». Peccato. Credo sarebbe stata utile dalle nostre parti un po' di formazione civile sulla grammatica di base del sistema cooperativo. Senza la cultura della giustizia, dell'etica, della passione per la legge e la sua declinazione nella quotidianità e nella straordinarietà, ti puoi anche dare il nome di cooperativa, perché le chiacchiere trovano il limite solo nella decenza. In realtà è solo profitto per qualcuno.
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