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Festa della Repubblica

 


     
virgolette

Solo la scarsa memoria ci fa dimenticare il sacrificio da cui è nata la nostra democrazia repubblicana. È giusto festeggiare: con parata e tutto il resto

     

di Rosella Vivio
venerdì 1 giugno 2012


La nostra Repubblica è malata. Lo è profondamente ed in ogni sua fibra, colpita da crisi economiche, scandali, terremoti , alluvioni, fango. Catastrofi che si ripetono ciclicamente provocando forti emozioni, tanto intense quanto passeggere. Soprattutto di nessun effetto su coloro che hanno la responsabilità di assicurare protezione ai cittadini, facendo tesoro delle sciagure per migliorare il sistema della prevenzione.

La nostra Repubblica è malata di corruzione. Una corruzione pervasiva, perché culturale. Siamo tra i popoli meno dotati di attitudine per la legalità. Le regole sono tanto cavillosamente scritte, quanto facilmente disattese. È qualcosa che riduce il nostro grado di protezione, ma ci abbiamo fatto talmente il callo da non vedere quanto sia pesante conviverci. Lo si capisce solo quando lo straordinario subentra all'ordinario. E' lì che si sperimenta la fatica di vivere in un paese dove la deroga prevale sulla regola e dove il favore sostituisce il diritto.

La nostra Repubblica è nata il 2 giugno del 1946 con un referendum che per la prima volta inaugurava il suffragio universale e l'ingresso delle donne alla vita civile. L'Italia anche allora si spaccò tra 13 milioni di sì alla Repubblica e gli 11 milioni di no alla fine della monarchia. Anche allora ebbe un grande successo una lista civica, quella del movimento antipolitico e nostalgico del Fascismo di Giannini, l'Uomo qualunque, 30 seggi, mentre il Partito d'Azione, ispirato all'antifascismo, ai valori mazziniani, al socialismo liberale dei fratelli Rosselli ed alla “ rivoluzione liberale “ di Gobetti, ne rimediava appena 7. L'inizio ha il futuro in bocca.

La nostra Repubblica è basata su una Costituzione complessa e scritta con un convitato di pietra seduto al tavolo dei costituenti: l'antifascismo. Il primo articolo parla di lavoro, inteso come libertà dal bisogno. Per la nostra vocazione alla semplificazione parliamo spesso di Costituzione per piegarla alle nostre necessità, ma senza una sua vera comprensione,. Di lavoro si parla non solo nel primo, ma anche negli articoli 4, 35, 36, 37, 38, 39, 40. È il loro insieme che spiega il significato dell'Italia “repubblica democratica fondata sul lavoro”: lo Stato si impegna a creare le condizioni per un sistema economico capace di garantire ai cittadini di poter vivere con dignità, mentre i cittadini sono chiamati a “concorrere al progresso materiale e morale della società”. I fatti dicono che nessuno fa bene la sua parte.

La nostra Repubblica, nata dal sangue versato contro la dittatura, a cui la debole monarchia dei Savoia non seppe fare argine, è spesso un paese senza memoria. Oggi, ad esempio, qualcuno rimpiange il tempo della lira dimenticando che nel'93 eravamo una repubblica in piena recessione, con una svalutazione pericolosissima della nostra moneta (ero in Francia con la famiglia e la banca si rifiutò di cambiarci i soldi che rischiavano di non valere più niente). Senza Ciampi e l'azione di coloro che ci portarono nell'euro il nostro paese avrebbe avuto il destino dell'Argentina. Come molti sembrano già aver dimenticato che “repubblica delle banane” sia diventato il nostro paese negli ultimi venti anni, grazie all'enorme consenso ottenuto da un imprenditore che ci ha messo alla berlina nel mondo. Solo la dimenticanza giustifica l'acribia critica verso Monti ed il suo governo di tecnici.

Nella nostra Repubblica si parla molto ed in modo molto retorico di “bene comune”. Anche per questo la politica, indifendibile per la pessima qualità dei partiti, fa una gran fatica a produrre riforme che vadano al passo con i tempi. Il cittadino italiano, per la nostra rozzezza civile, tende all'egoismo e ad una solidarietà di pura chiacchiera. Nella sostanza, tutti vogliamo le riforme, purchè il loro costo sia messo sul conto altrui.

La nostra Repubblica è malata di ideologia. Anche quest'anno, con una regione ferita a morte come l'Emilia, cuore della nostra economia, viviamo giorni avvelenati da polemiche contro la festa del 2 giugno. Puntualmente, come ogni anno, si è colta l'occasione per chiedere la revoca della sfilata nei Fori Imperiali con la scusa della solidarietà verso terremotati che chiedono altro. Una polemica ideologica contro una parata che niente ha a che vedere con l'orgoglio militarista, visto che le forze armate, sfilando insieme alla Croce Rossa ed a tutti i presidi della difesa dello Stato, eseguono solo un rito civile e normale in ogni nazione moderna. Forse è arrivato il momento di decidere se questo giorno deve diventare una vera festa di popolo.

Una festa di memoria e di rispetto per quelli che hanno conquistato con coraggio e sacrificio la democrazia repubblicana. Una festa come quella della Francia, quando il 14 luglio si ricorda la presa della Bastiglia con parata, carri allegorici, picnic, e fuochi d'artificio, orgoglio nazionale. Oppure si smetta di celebrarla e si continui a scegliere il qualunquismo civile che ci rende noti nel mondo, insieme alla nostra cultura ed alla bellezza che la natura (non sempre generosa) ci dà senza risparmio.

In un bel libro, “La libertà dei servi”, Maurizio Viroli, studioso di teoria politica, fa un'analisi spietata della condizione civile e morale del nostro paese nell'ultimo ventennio, tra i peggiori della nostra storia del dopoguerra. L'autore, con parole forti, racconta di come da cittadini siamo regrediti culturalmente alla condizione di sudditi, dominati dalla necessità di adattarci ad un potere diffuso e solo apparentemente non dispotico. Rinunciando all'impegno ed ai valori repubblicani, ci siamo fatti servi, adulatori, cortigiani, clienti.

«Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile», scrive il professore di Princeton di origini marchigiane. È l'unica cura per una malattia che ci colpisce periodicamente a da cui possiamo liberarci soltanto capendo la bellezza dei valori civili. È anche per questo che è giusto ricordare e festeggiare questo natale repubblicano. Con parata e tutto il resto.

 


 

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