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Il 'senso della vergogna' e il 'senso del limite'

 

Gioacchino Belloni
Gioacchino Belloni

     
virgolette

Rieti città simbolo della deindustrializzazione... e la politica non si è vergognata

     

di Gioacchino Belloni
giovedì 3 maggio 2012


È ormai evidente che la nostra società, così come l’abbiamo impostata, stia scivolando sempre di più verso un inesorabile declino di valori e di costumi. A tutti noi è, infatti, capitato di riflettere, almeno una volta, su episodi, di cronaca anche locale, e dire: “…anni fa una cosa del genere non sarebbe stata tollerata da nessuno, neppure da me..., come sono arrivato a questo punto? Quando ho incominciato a non indignarmi più?”. Non so voi, ma io non ci sono riuscito, non ho saputo darmi una risposta!

Questo vuol dire che mi sto abituando, che “ci stiamo abituando”, e che stiamo, mano a mano, spostando i “paletti della decenza e della nostra sensibilità” sempre più lontano rispetto ai valori e all’educazione con i quali siamo nati e cresciuti. Non si vergogna più nessuno delle proprie azioni, e questo non è un buon segno! Non esistendo più il “senso della vergogna”, è conseguentemente venuto meno pure il “senso del limite”, delle azioni e/o delle condotte, oltre il quale non ci si dovrebbe mai spingere proprio per evitare di doversi, poi “vergognare delle proprie azioni”. Questo forse è da imputarsi, in parte, anche alla magistratura che “tarda a dare

quei segnali” che il cittadino aspetta, a volte, anche per anni, e di cui ha bisogno proprio per vedere condannare quei comportamenti compiuti “senza vergogna”, da coloro i quali avrebbero dovuto, invece, tutelare l’interesse comune. D’altronde diciamo e sentiamo dire, continuamente: “...tanto in galera non ci va più nessuno..” E così, ci siamo piano piano “giocati”, senza neppure rendendocene conto, il primo dei tre fondamentali precetti del diritto romano: honeste vivere, il quale esprime, più che una norma giuridica, un ideale etico, quello di: vivere onestamente.

Come Reatino mi ha profondamente colpito sentir dire, dai maggiori organi di stampa, in occasione della festa del lavoro celebratasi il 1° Maggio a Rieti, che la nostra Città è stata considerata come una delle “città simbolo della deindustrializzazione”.

E mi sono chiesto: è forse possibile che il cittadino di Rieti, sentendo tali parole, non si sia, come me, indignato ed offeso neppure un po’? È mai possibile che tutti i politici, indistintamente, di sinistra, di centro e di destra, che hanno governato e gestito il nostro territorio negli ultimi 30 anni, non si siano sentiti chiamati in causa da parole di questo tenore e di questa gravità e non si vergognino neppure un po’...? Ma, soprattutto, perché alcuni assessori comunali e provinciali che avrebbero dovuto, per lo meno, assumere la responsabilità politica del disastro sociale che ha devastato il nostro territorio, “certificato” dalle parole: “Rieti Città simbolo della deindustrializzazione?, hanno invece creduto opportuno candidarsi alle Elezioni Amministrative del 6 e 7 Maggio? È stato forse superato quello che definisco il: “senso del limite?”

La nostra classe politica non si è vergognata, perché non si è neppure posta il problema del peso e della gravità di queste parole. È proprio vero: “Non c’è vergogna, senza senso del limite”.

 

 


 

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