|
|
|
|
|
La via liberale a una società giusta |
| |

Luigi Einaudi
|
| |
|
|
|
Limitare i privilegi e corporazioni. Una società progredisce solo con la concorrenza, con l’agonismo con la gara fra individui e gruppi sociali |
|
| |
|
|
di Fernando Felli
martedì 10 aprile 2012
|
Uno dei luoghi comuni più diffusi è quello secondo cui i teorici liberali hanno avuto come Dio unico il mercato, e quindi non si sono posti affatto problemi relativi alla tutela dei più deboli, dei poveri, degli sfortunati, poiché per loro la società era solo lo spazio in cui si scambiano merci e servizi contro denaro, al fine di conseguire profitti. Ma basta avere una conoscenza anche sommaria del pensiero liberale, per sapere che le cose non stanno affatto così. Si prenda, per esempio, il massimo teorico del liberismo italiano, Luigi Einaudi.
In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 25 aprile 1948, intitolato “Giustizia e libertà”, l’economista piemontese scriveva: “Il frutto delle imposte sui redditi e sui patrimoni più alti deve servire a dare a tutti, anche ai figli dei più poveri, la possibilità di essere educati ed istruiti, sì da gareggiare con i figli di coloro che si trovano più in alto nella scala sociale. La società moderna, che già provvede all’istruzione elementare gratuita, che già fornisce gratuitamente l’uso di molti servizi (parchi pubblici, asili infantili, ambulatori, cure mediche, acqua, fognature, ecc.) deve proporsi mete ben più alte.
Il confine tra i beni gratuiti e i beni costosi deve essere gradatamente spostato a favore dei primi. Non sono un ideale assurdo, un minimo di casa gratuita assicurata a tutti, l’istruzione gratuita fornita a tutti i meritevoli sino all’università e oltre, la sicurezza di vita nella vecchiaia e tanti servizi che oggi neppure possiamo concepire”. Naturalmente queste “mete ben più alte” che, secondo Einaudi, la società moderna deve proporsi, possono essere raggiunte solo se essa aumenta la ricchezza prodotta, se essa si sviluppa e cresce costantemente: solo in tal modo, infatti, la società potrà indirizzare un flusso adeguato di risorse verso quelle mete.
Ma perché ciò accada, occorre che lo sviluppo economico non sia penalizzato da monopoli, posizioni di rendita, privilegi e assistenzialismi concessi a gruppi, a categorie, a lobbie. La polemica di Einaudi contro qualunque forma di parassitismo e di privilegio è stata sempre feroce e intransigente. Per contro, l’economista piemontese esprimeva la propria simpatia per il socialismo riformista, per gli operai che si organizzavano in leghe, che diventavano coscienti dei propri diritti, che combattevano con l’arma dello sciopero, nel rispetto delle leggi, per aumentare i propri salari e migliorare le proprie condizioni di vita.
Una società progredisce solo con la concorrenza, con l’agonismo, con la gara fra individui e gruppi sociali: solo così si sviluppano le capacità, migliora la produzione, nascono nuove forme organizzative. I privilegi delle categorie e delle corporazioni frenano lo sviluppo, bloccano la crescita, l’innovazione, la ricerca. La società diventa così una enorme palude stagnante, nella quale i più deboli, i poveri, gli sfortunati sono i più danneggiati.
A questa situazione portano i partiti quando essi rinunciano ad essere essenzialmente canali di opinioni, di indirizzi ideali, di interessi legittimi, e diventano pure macchine per l’esercizio del potere, da conservare con favori di ogni genere a corporazioni e lobbie. Una mentalità che pervade oggi solo i grandi partiti, ma anche in modo sindacale, quando esso protegge solo i protetti, quando non si fa carico della intollerabile ingiustizia sociale della precarietà che affligge gran parte delle giovani generazioni, e chiede la pura e semplice conservazione dell’assetto esistente.
|
|
|
|
|
|