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Mercoledì 22 Maggio la prima del film “ Il disordine del cuore” al cinema Moderno, un prodotto di notevole eccellenza, con una narrazione della città di Rieti non comune |
21/05/2013 15:39 |
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Diego Di Paolo un anno dopo |
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Le culture matrici della nostra antropologia sono tante. Bisogna arricchire la nostra cultura diventando curiosi. Anche i turismi sono tanti e vanno solo aiutati a crescere |
01/05/2013 14:03 |
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Il senso di Veronica per il Pd |
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OccupyPd anche a Rieti. I Giovani Democratici dicono basta a chi non rispetta chi «ci mette la faccia». La domanda di cambiamento della generazione ex di niente |
27/04/2013 12:15 |
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Luigi De Filippo, testimone della cultura napoletana |
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Luigi De Filippo
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Un grande interprete del teatro napoletano al quale va il merito di continuare la tradizione dei De Filippo, raccontando con umorismo, parte agra della comicità, la vita e le sue più sottili sfumature |
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di Fernando Felli
mercoledì 16 dicembre 2009
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Figlio di Peppino e di Adele Carloni, studia lettere all’università, abbandonandola alla soglia della laurea per dedicarsi dapprima al giornalismo e successivamente al teatro accanto al padre. Come tutti i De Filippo è un attore con un’innata bravura e versatilità. Negli anni 60 appare in qualche film, ma il teatro è il suo grande amore. Nel 1978 lascia la compagnia del padre per fondarne una propria. Oltre a recitare le commedie di famiglia recita anche Gogol’, Molière e Pirandello, per citarne alcune. Ha lavorato spesso all’estero in Francia, Germania e Svizzera. Nel 2001 riceve per i suoi cinquant’anni di attività artistica il Premio Personalità Europea in Campidoglio.
Cosa si prova ad essere un’icona di Napoli? Non un’icona ma un rappresentante di una certa cultura napoletana di grandi tradizioni che il pubblico dimostra di amare. In fondo la funzione del teatro è di comunicare al pubblico belle emozioni, e trattando sulla scena i sentimenti dell’uomo, il teatro di noi De Filippo assolve appieno questo compito. Tutte le nostre commedie sono una metafora della vita, fanno divertire, ma anche riflettere tramite una comicità che si rifà alla prima etichetta del teatro umoristico dei fratelli De Filippo che loro chiamarono così perché l’umorismo è la parte agra, la parte amara della comicità. Noi facciamo riflettere il pubblico, quindi non è una risata fine a se stessa. La nostra comicità ha radici profonde, è un’indagine nella vita dell’uomo, nella scontentezza dell’uomo per la sua posizione nella società, il desiderio dell’uomo di migliorarsi sempre. Questo noi raccontiamo sulla scena e sono temi di grande attualità. Noi facciamo divertire il pubblico con una comicità lontana mille miglia dalla comicità televisiva, noi non abbiamo niente a che fare con la volgarità, la banalità, le male parole, ci distinguiamo per questo e il pubblico lo capisce e lo apprezza.
Suo padre, il grande Peppino De Filippo, cosa le ha insegnato nella vita e nel teatro? Come padre mi ha insegnato a credere sempre in quello che faccio a non arrendermi mai alle difficoltà che inevitabilmente troviamo nel corso della nostra vita. Nel teatro mi ha insegnato a rispettare me stesso, il mio lavoro e il pubblico che ci permette di fare un lavoro che amiamo.
Ha interpretato tanti ruoli, c’è tra questi personaggi uno in particolare che fa fatica ad abbandonare? No, ho amato quasi tutti i personaggi che ho interpretato in sessant’anni di teatro. Non saprei fare una graduatoria, tutti mi sono più o meno cari. Mi ricordano dei bei momenti con il pubblico, alcune battaglie vinte, qualcuna persa, però sempre credendo in quello che facevo, perché la gratificazione più grande per un artista non è essere applaudito, essere riconosciuto per la strada, ma riuscire a fare quello che ha nel cuore. Questo è il traguardo più importante per un artista.
Luigi De Filippo fuori dai panni dell’attore che tipo di uomo è? Sono un uomo che osserva l’umanità perché poi questo è il mio lavoro e mi serve per portare poi sulla scena i personaggi che ho creato. Sono una persona un po’ chiusa di carattere, ma mi piace osservare, sono molto curioso della vita per portarla poi sulla scena.
A questo punto della carriera cosa le manca? Diciamo che mi manca la Napoli che ho conosciuto da ragazzo, ma più che la Napoli città, l’etica, il modo di vivere nel quale sono cresciuto che oggi si è imbarbarito tutto, non mi piace questa società che ci siamo costruiti addosso, non mi piace più niente, è una società omologata, tutti pensano, vestono, mangiano allo stesso modo. E’ la televisione che impone questo stile di vita e questo non mi piace. Sono cresciuto in un mondo meno spietato, meno egoista e lo rimpiango sinceramente.
“La fortuna con la effe maiuscola” è una brillante commedia interpretata da Eduardo e Peppino nel ’42. E’ stato difficile riproporla al pubblico di oggi? No, perché le commedie di noi De Filippo non hanno tempo, siamo sempre attuali, è una comicità sempre coinvolgente. Io certamente come regista, come protagonista ho portato la mia personalità in scena senza imitare nessuno e cercando di accostare la commedia al gusto del pubblico di oggi che certo richiede altri ritmi, altre recitazioni, altre intenzioni, ma lo stile della commedia è rimasto lo stesso.
Si descriva con tre parole Sono un uomo con tutte le sue qualità e i suoi difetti, forse un po’ diverso dalla media ma mi ritengo un uomo che ama tante cose e ne detesta delle altre.
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