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Ivana Monti, l’orgoglio di essere attrice

 

Ivana Monti
Ivana Monti

     
virgolette

Il teatro e la recitazione sono state le sue vere passioni. Un inizio importante con Giorgio Strehler, poi televisione, operette, commedie musicali. Un’attrice di carattere, orgogliosa del suo lavoro che sa tenere in pugno il pubblico con l’eleganza delle grandi interpreti

     

di Fernando Felli
sabato 18 aprile 2009


Esordisce a vent’anni nel teatro serio ed impegnato di Giorgio Strehler che la volle nella parte di Maddalena ne “I Giganti della montagna” di Pirandello. Frequenta l’Accademia di Arte drammatica ed è pronta ad interpretare Regana nel Re Lear di William Shakespeare. Poi tanti spettacoli al Piccolo Teatro di Milano, in cui interpreta dai ruoli drammatici di Vladimir Vladimirovič Majakovskij ai ruoli brillanti di Eduardo De Filippo.

In televisione recita con la coppia inossidabile Dario Fo e Franca Rame in “Settimo: ruba un po’ meno” del 1977 e con l’indimenticabile e bravo Walter Chiari in “Hai mai provato con l’acqua calda?” del 1978. Gli anni 80 li dedica alle operette e commedie musicali fino a stringere un sodalizio artistico con Andrea Giordana presentando un repertorio brillante. Dal 1996, segue il desiderio di suo marito, il giornalista Andrea Barbato, prematuramente scomparso, dedicandosi al teatro contemporaneo pur continuando a recitare nei grandi classici.

E’ anche autrice, oltre che interprete di “Mia cara madre”. Ricordi e voci della nostra terra dal 1913 alla Liberazione. Da circa tre anni recita insieme a Gianfranco D’Angelo in commedie importanti come “Indovina chi viene a cena” di William Rose e quella presentata al Teatro Flavio Vespasiano a chiusura della stagione di prosa “Un giardino d’aranci fatto in casa” di Neil Simon. Ad incontrarla si ha l’idea di una donna forte, determinata ma anche quella di una donna fragile dentro la sua corazza.

Quando ha avuto la certezza che sarebbe diventata un’attrice?
Ce l’ho avuta molto tardi, perché io volevo fare l’insegnante. Fu frequentando la scuola di mimo del Piccolo Teatro di Milano durante il liceo che Strehler mi vide e mi volle per fare Maddalena, una piccola parte ne “I Giganti della montagna” dove gli attori mi parvero un po’ tutti matti, perché avevano degli orari che non si addicevano ad un impegno civile. Allora non mi rendevo conto dell’importanza del teatro, invece Strehler, Grassi, la mia maestra mi incoraggiarono a frequentare l’accademia.


Quindi divenni insegnante di mimo per sordomuti, scuola che ancora continua perché ebbe un grandissimo successo. Finito il terzo anno del primo corso divenni insegnante dei nuovi allievi, e cominciai a recitare sempre con il Piccolo Teatro in giro per l’Italia. Seguirono gli anni di Re Lear, con Carraro, Piccolo, Lavia, Pambieri, Cattaneo, De Carmine, Meda, eravamo ventuno attori. Al primo anno di carriera capii che il teatro era una cosa molto importante perché era lo studio della vita, lo studio del potere, lo studio delle differenze, lo studio dello studio.

A parte Carraro ed altri attori bravissimi, l’attore che ebbe più influenza su me fu Gabriele Lavia. Non ero sicura di voler fare l’attrice, ma lo ascoltavo ogni sera, ed allora decisi di provare per non avere rimpianti. Interpretava il ruolo di Edgar I°, figlio calunniato, ed era una cosa stupenda. Lì capii che il teatro aveva un’importanza di preparazione, di confronto, insomma che era un po’ quello che io cercavo di fare nella società e che avrei voluto fare come insegnante.

C’è stata nella sua carriera un’attrice di riferimento?
Sì, in “I Giganti della montagna” ebbi Valentina Cortese come protagonista e capii che non avrei mai potuto essere brava come lei. Poi c’è stata Lella Marcacci, la mia maestra del primo anno di accademia del Piccolo Teatro di Milano  la quale diceva che un attore deve saper fare la tragedia, ma anche la farsa. I miei idoli erano la cantante Edith Piaf e  Deborah Kerr nel cinema, di cui mi piaceva quella mutevolezza, quel senso di sospensione, di possibilità di ogni evento che avrebbe potuto succedere, non c’era nulla di definitivo, mai.


Quale crede sia il pregio di un attore?
Un attore ti deve portare, seppur lievemente, a riflettere sulle cose profonde della vita fino a  inchiodarti alle tue responsabilità, non soltanto del momento.


Che cosa le riesce più difficile ottenere da se stessa?
La disciplina, l’ordine, l’applicazione. E’ stato difficile, però poi ci sono riuscita.


Lei è affezionata al suo mestiere?
Sì, molto, perché il teatro propone, il teatro è molto importante, è una rivoluzione sociale. Re Lear, regia di Strehler che è quella mitica, mi è stato fondamentale per il carattere e per la decisione di fare questo mestiere.


Qual è il suo rapporto con il pubblico?
Buono, sono convinta che il pubblico sia il quarto personaggio al di là della quarta parete ed è anche il pubblico che fa lo spettacolo. L’accordo con il pubblico è di ascolto, si sentono i silenzi che sono di attesa, magari di noia, di partecipazione, insomma ogni silenzio ha un suo pin, diciamo così.


Due parole sul ruolo che interpreterà questa sera.
Il ruolo di Hilary in “Un giardino di aranci fatto in casa” è un ruolo laterale perché i protagonisti sono la figlia e il padre. Hilary è la nuova compagna del padre ed è quella che lo fa riflettere sulla figlia lasciata da tredici anni e sul suo comportamento assolutamente irresponsabile. Hilary rappresenta credo, la metà dell’umanità, rappresenta  tutte quelle persone sia donne che uomini che hanno caro l’andamento delle cose e quindi si pongono al servizio di una loro ricomposizione  rimanendo però nell’ombra, senza ringraziamenti, senza niente.


Se queste persone non ci fossero, forse nessuno di noi sarebbe qui. Questa è la ragione per cui ho accettato questo ruolo. Andrea Barbato, mio marito, mancato tredici anni fa, mi diceva sempre che un attore non deve essere solo un attore di repertorio, ma anche testimone del suo tempo, pertanto mi occupo di teatro contemporaneo che facevo anche prima, e di una ricerca sulla storia d’Italia con il congiungimento del canto popolare. Mi è piaciuto tanto il canto che ripercorre le varie tappe importanti della storia d’Italia in diversi spettacoli. 

Si descriva con tre parole.
Caparbia, cocciuta e orgogliosa.


 


 



 

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